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Terrorismo: legge Usa su detenuti, Bush esorta approvazione Senato

NEW YORK - Seconda visita al Campidoglio in due settimane del presidente degli Stati Uniti Bush per ribadire il proprio appoggio alla legge sul trattamento dei detenuti della guerra al terrorismo. Il testo prevede mezzi diversi da quelli ufficiali come ad esempio la cosiddetta 'extraordinary rendition', il sequestro di un sospetto in un paese straniero e il suo trasferimento per l'interrogatorio in un paese terzo, dove in molti casi non ci sono garanzie contro il ricorso a torture. Bush ha esortato il Senato ad approvare il disegno di legge, come fatto ieri dalla Camera dei rappresentanti: in tal modo le carceri segrete della Cia non dovrebbero piu' chiudere i battenti. (Agr)





"Jesus Camp" racconta la storia di tre bambini che frequentano
un campeggio evangelico e vengono furiosamente indottrinati

Integralismo teo-con al campo estivo
Un film sulle vacanze religiose estreme

Con il libro "Lettera ad una nazione cristiana", è ormai un caso sul web
La maestra chiede ai suoi allievi: "Siamo in guerra! Voi ci state?"


Una scena del documentario "Jesus Camp"

NEW YORK- George Bush afferma che gli americani pregano per lui e che l'America vivrebbe il suo "terzo risveglio" di religiosità. Eppure, nella stessa America, "Jesus Camp", documentario che racconta la realtà dei campeggi estivi per bambini evangelici, diventa un caso. E sull'onda lunga del dibattito un libro dal titolo provocatorio "Lettera ad una nazione cristiana" diventa la terza pubblicazione anti-Bush più venduta su Amazon.com.

Il documentario "Jesus Camp". E' la storia di un tam-tam che dalla proiezione al Tribeca Festival fino all'uscita nelle sale, ha condotto il documentario "Jesus camp" di Heidi Ewing e Rachel Grady, al centro di una discussione sulle pulsioni ultrareligiose dell'amministrazione Bush: il film-realtà descrive, infatti, la storia di tre bimbi, seguiti durante la loro vacanza di "addestramento religioso" al campeggio "Kids on Fire" di Devils Lake, in North Dakota.

In una scena i tre bimbi dal viso angelico pregano davanti a un'immagine di cartone del presidente degli Stati Uniti e piangono calde lacrime, implorando di porre fine alla pratica abortiva. E ancora: durante il film, la religiosa evangelica Becky Fischer, fondatrice del campo, chiede gridando ai suoi allievi in tuta mimetica: "Siamo in guerra! Voi ci state?''. E paragona l'indottrinamento dei suoi giovanissimi alunni a quello compiuto dalla madrasse islamiche in Pakistan. Mostrando così bambini e genitori, per i quali la fede religiosa detta legge incontrastata, tanto nella vita privata quanto nelle posizioni politiche.

Aperte le porte di un mondo nascosto agli occhi dei più non si torna più indietro: i bambini del campo sono troppo piccoli per votare, ma raccontano un universo esistente, in cui fede e politica sono strettamente intrecciate. E allora, alimentate da un fitto passaparola su Internet, le polemiche su "Jesus Camp" montano e ne fanno un vero e proprio caso, che scatena le furie del reverendo Haggard. Il capo di 30 milioni di fedeli e dell'Associazione nazionale degli Evangelici, infatti, sferra il suo attacco contro il documentario: "E' propaganda dell'estrema sinistra" che "demonizza" gli evangelici.

"Lettera ad una nazione cristiana", il libro.
Parallelamente all'uscita del documentario, scoppia negli stessi giorni anche un caso editoriale. "Lettera ad una Nazione cristiana" è un pamphlet di Sam Harris, nel quale l'ateo autore cerca di giungere al suo obiettivo dichiarato: "armare tutti gli americani ragionevoli" di argomenti potenti per combattere la destra teocon.

"Il presidente degli Stati Uniti ha più volte affermato di essere in dialogo con Dio - scrive Harris nel suo libro - Se avesse detto che parla con Dio attraverso un asciugacapelli, sarebbe un'affermazione da emergenza nazionale. Io non vedo come l'aggiunta di un asciugacapelli renda la sua affermazione più grottesca o offensiva". E poi dichiara, riportando i dati dei sondaggi condotti dal Pew della Gallup e da 'Newsweek', che 44 americani su 100 sarebbe convinto che l'universo sia stato creato 6.000 anni fa e che, ancora, 70 su 100 riterrebbe che esista l'Inferno e che un candidato presidenziale debba essere "profondamente religioso".

In un giorno la provocazione di Harris diventa un formadibile best-seller: uscito in sordina, compra un'intera pagina dell'inserto del New York Times, rimbalza sul web di sito in blog e diventa in poche ore il terzo libro anti-Bush più venduto su Amazon.com, dopo il libro del presidente Hugo Chavez a "La più grande storia mai raccontata: declino e caduta della verità dall'11 settembre a Katrina" del famoso opinionista del New York Times Frank Rich. 
 

Il Libano e la nostra credibilità

Alcune note sull’ultimo intervento di Bruno Steri

(25 settembre 2006)

Premesso che il cessate il fuoco è stato accettato da tutte le parti in quanto i rischi, nel proseguimento dei combattimenti, sono parsi troppo elevati per tutti, quello che contesto è il ruolo che l’Italia intende avere sulla scena internazionale.

I nostri governanti hanno deciso che l’Italia è parte fondamentale nella guerra infinita lanciata dagli americani per il controllo delle risorse energetiche ed idriche del pianeta.

In Libano, ora, si vuole far passare come azione umanitaria un presidio militare armato con licenza di uccidere.

L’ipocrisia non ha limiti e, siccome gli interessi sono enormi, hanno strumentalizzato l’ONU per accontentare le coscienze di quanti condividono le “guerre umanitarie”.

Continuo a sostenere che l’unica “novità” rappresenta la disponibilità della Cina e della Russia a mandare proprie truppe.

E’ chiaro che se ciò si verificasse, sarebbe un bel colpo per i piani di egemonia americana in quella parte del mondo.

Ma non è questo il punto: il fatto è che la scelta politica che si desume leggendo gli ultimi interventi di autorevoli esponenti, dell’area dell’Ernesto, è tutta dentro alla logica neoliberista e questo è una grave contraddizione.

Noi dobbiamo combattere il neoliberismo e con esso la globalizzazione e il nuovo colonialismo: questo è il compito attuale dei comunisti.

Non possiamo condividere il ruolo che l’Italia si vuole ritagliare in questo momento storico.

Un’altra politica estera è possibile e passa attraverso il sostegno economico delle popolazioni private di tutto, al finanziamento della ricostruzione di tutte le infrastrutture distrutte, ecc.

Un’azione umanitaria non si pratica con le armi e/o raccontando bugie, bensì intervenendo,senza chiedere niente in cambio, per migliorare la qualità di vita della popolazione umiliata dai bombardamenti indiscriminati.

Ciò che più mi preoccupa, comunque, è la posizione politica che il compagno Steri chiarisce alla fine del suo articolo in risposta a quanti non condividono l’Unifil 2 rispetto alla scelta di entrare nel Governo Prodi.

La pretesa di condizionare la politica economica come quella estera di questo Governo è un’illusione molto pericolosa.

La nostra presenza nel Governo non è stata “imposta” da un movimento di lotta nel Paese e supportata da un blocco sociale ampio e articolato, bensì da una trattativa ristretta tra gruppi dirigenti di partiti.

Rifondazione Comunista ha accettato ed imposto delle condizioni ed ora il Partito si deve adeguare.

Questa è la realtà: tutto il resto sono parole al vento.

In questa logica comprendo i ragionamenti del compagno Steri, ma non posso essere d’accordo.

Stiamo perdendo la nostra credibilità perché questo Governo non è credibile.

Lucio Miotto

fonte: albertolupen@hotmail.it

Medio Oriente: Israele chiede sanzioni per Iran
Corriere della Sera - Milano,Italy
GERUSALEMME - Israele chiede sanzioni contro Teheran per la mancata risposta alle richieste avanzate dalle Nazioni Unite sulla questione nucleare. ...

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The real story  ||  Lyrics

 

Romeo tribu

 Se in un momento qualunque uno qualunque con una penna qualunque e un foglio qualunque...

 

 

 

Elwood / Versi

26.7.06

COME UN POLLO NEL FORNO

Ero lì quel giorno
che mi guardavo intorno
come un pollo nel forno
e
ho visto solo
tante anime a nolo
ognuna chiusa in un ruolo

Ho visto gli sciacalli
cavalcare i più selvaggi cavalli
e costringerli in umilianti balli

Ho visto le aquile reali
che pur di apparire sui giornali
rinunciavano alle ali

Ho visto gli avvoltoi
intasare i più stretti corridoi
limitando l'accesso agli abbeveratoi

Ho visto le sardine ammassate
in tante scatole metallizzate
per esser trasportate dove saranno mangiate

Ho visto i ratti
andare a vivere coi gatti
'che delle topaie erano insoddisfatti

Ho visto le pecore del gregge
rispettare la legge
di chi le utilizza e perciò le protegge

Insomma ero proprio lì quel giorno
che mi guardavo proprio intorno
proprio come un pollo nel forno
e
mi sentivo come un fenicottero in banca
una mosca bianca
o una capra sopra una panca


21/07/06 posted @ 11:36 PM 
 

 


La nonviolenza e' in cammino. 1407
lists.peacelink.it/nonviolenza/msg00901.html
Libano: Cluster Bomb e non solo.
www.amisnet.org/it/4830

“Israele ha agito nel pieno rispetto delle convenzioni internazionali, utilizzando solo armi consentite». Si è difeso così il governo israeliano dalle denunce dell’Onu circa l’uso indiscriminato in Libano di cluster bomb, le bombe a grappolo, il cui 20 per cento circa, una volta lanciate rimangono inesplose nel terreno.


“Questi ordigni non dovrebbero essere impiegati su aree civili” aveva dichiarato ieri il segretario generale delle Nazioni Unite, rendendo noto di aver chiesto alle autorità israeliane la consegna di informazioni utili a individuare i punti in cui sono state lanciate.

Un giorno prima era stato un altro funzionario dell’Onu, Jan Egeland, sottosegretario generale agli affari umanitari, ad accusare Israele . “Quel che è scioccante e per me completamente immorale” aveva detto “è che il 90 per cento degli attacchi con bombe a grappolo sia avvenuto nelle ultime 72 ore del conflitto quando sapevamo che si era vicini a una risoluzione Onu e quindi alla fine della guerra”.


Nessun accenno da parte del segretario generale dell’Onu alle denunce emerse a più riprese durante il conflitto, circa l’impiego di altre armi non convenzionali. Il fosforo bianco, in primo luogo, sostanza tristemente nota dopo l’assedio alla città irachena di Falluja da parte delle truppe statunitensi, nel novembre 2004. L’aviazione israeliana, secondo quanto dichiarato anche dal portavoce dei caschi blu stanziati in Libano Timor Gosken, avrebbe fatto largo uso della sostanza durante i raid in Libano. E l’accusa non è mai stata smentita dai vertici militari di Tel Aviv.
Tra gli ordigni sganciati ci sarebbe poi il missile termobarico GBU-28, una testata a guida laser capace di penetrare profondamente nel terreno e usata per perforare i bunker di Hezbollah. Poco o niente si sa infine su una nuova generazione di armi. le cosiddette armi a energia diretta, che potrebbe essere stata “sperimentata” in Libano, come testimoniano le strane ferite riportate sui corpi di alcune vittime dei raid israeliani.
Secondo il generale Termentini, esperto in armamenti che ritiene possibile l'uso di armi a energia diretta, toccherebbe ora all'Onu inviare una commissione di tecnici ed esperti per verificare se le ferite rinvenute sui corpi di alcune delle vittime libanesi, possano far dedurre l'uso di questo nuovo tipo di ordigni.

Contro la missione militare in libano :: Il pane e le rose - classe capitale e partito
www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o7354

Contro la missione militare in libano

Dichiarazione - appello

(2 settembre 2006)

Non condividiamo la natura e le finalità della missione militare multinazionale in Libano.

Il gigantesco dispositivo militare e di guerra previsto dalla spedizione non è missionario di pace. E’ piuttosto funzionale ad ottenere il disarmo della resistenza nazionale libanese – che la guerra israeliana non è riuscita a conseguire – entro un disegno di normalizzazione interna del Libano. Il fatto che il disarmo della resistenza sia realizzato direttamente dalle forze multinazionali occupanti o sia perseguito dall’esercito libanese, sotto il controllo e “l’assistenza” delle forze occupanti, non cambia la finalità dell’impresa. Il solo perseguimento di quell’obiettivo rischia i precipitare il Libano in una seconda guerra civile – a tutto vantaggio di Israele – che coinvolgerebbe inevitabilmente le stesse forze multinazionali. Ma soprattutto la realizzazione eventuale di quell’obiettivo non contribuirebbe affatto ad una “giusta pace” mediorientale: al contrario rafforzerebbe ulteriormente il peso politico e militare dello stato di Israele in Medioriente, a scapito dei popoli arabi e in primo luogo del popolo palestinese. E quindi rafforzerebbe il principale fattore di guerra in Medioriente da mezzo secolo.

Non è un caso che l’amministrazione USA ed il governo israeliano sostengano apertamente la missione in Libano e ne abbiano anzi sollecitato il più rapido avvio.
L’amministrazione americana – che con Condoleeza Rice è stata la principale artefice della risoluzione ONU – considera il coinvolgimento europeo nell’azione di polizia internazionale come una via d‘uscita dalle difficoltà del proprio unilateralismo in Irak. Peraltro Bush rivendica apertamente la missione multilaterale in Libano come “continuità della guerra al terrorismo condotta in Afghanistan e in Irak” e per questo si congratula con “il coraggio dei governi francese e italiano”che ne hanno preso il comando.
Dal canto suo il governo israeliano, in grave crisi dopo l’insuccesso della propria guerra, vede nella missione una ciambella di salvataggio a cui aggrapparsi: e naturalmente la rivendica come strumento di realizzazione dei propri incompiuti obiettivi di guerra

In questo quadro il cosiddetto “protagonismo europeo” nella missione libanese ha un carattere ben diverso da quello che si è voluto celebrare. Non siamo affatto in presenza di “una nuova autonomia politica europea”rispetto agli USA. Al contrario assistiamo al tentativo di riproporre un’alleanza Europa-Stati Uniti attorno al governo delle politiche di potenza, già sperimentata in Kosovo e in Afghanistan : un ritorno favorito dalla crisi congiunta dell’unilateralismo di Bush e delle velleità della Francia.
Qui sta “il ruolo nuovo dell’Onu”. La missione in Libano non è “il riscatto dell’Onu”. Al contrario, l’Onu ha semplicemente timbrato con la sua finta neutralità giuridica il ricostituito quadro multilaterale tra USA ed Europa. L’unilateralismo americano in Irak aveva relativamente marginalizzato l’Onu. Il rilancio del multilateralismo euroamericano l’ha rivalutato come mezzo e luogo di ratifica del nuovo corso. Ma con ciò si conferma interamente la dipendenza organica dell’ONU dalla politica delle grandi potenze e dalle loro variabili relazioni. Ciò che interroga la natura reale di questo organismo, fuori da ogni residua illusione.

Lungi dall’aver realizzato una “svolta pacifista” della propria politica estera, il governo italiano è dentro il nuovo corso multilaterale della politica internazionale. Dopo aver concordato con gli USA tempi e modi del ritiro dall’Irak, dopo aver rifinanziato la missione di guerra in Afghanistan, il governo italiano ha utilizzato la crisi dell’unilateralismo USA e le incertezze iniziali della Francia per conquistare un ruolo importante, politico e militare, nella nuova spedizione multinazionale.
Sotto il profilo politico, il governo si è mosso in un quadro di stretto accordo con USA e Israele, presentandosi ad entrambi come il più efficace garante e controllore di una possibile normalizzazione del Libano, per via delle tradizionali entrature politiche e militari di cui l’Italia gode in quel paese.
Sotto il profilo militare, il governo ha predisposto la più massiccia spedizione militare italiana dell’intero dopoguerra, con una potenziale esposizione ancor più diretta e gravosa che in Afghanistan e in Irak, e dai costi finanziari e sociali ancor più consistenti.
Sotto tutti gli aspetti, questa missione è dunque in continuità con la politica estera italiana, pur nel nuovo quadro multilaterale. Per questo le forze politiche del centrodestra preannunciano il proprio voto favorevole alla missione: che così ripropone, proprio attorno alla politica estera, quell’unità nazionale tra gli schieramenti di governo che a sinistra si affermava di voler scongiurare.

In contrapposizione aperta a questa missione militare ci proponiamo un intervento attivo di controinformazione e mobilitazione, teso a realizzare la più ampia unità d’azione tra tutte le forze disponibili a contrastare il “militarismo umanitario”.

Denunciamo apertamente l’invasione israeliana del Libano, la guerra devastante che l’ha accompagnata, il silenzio assolutorio che l’ha seguita. E’ indegna l’impunità di cui Israele e il suo esercito godono da sempre in sede ONU, grazie alla copertura americana ed europea. Ancora una volta la risoluzione ONU 1701 e la relativa missione multinazionale avallano la guerra israeliana, tacciono sulle sue responsabilità e i suoi orrori. Noi respingiamo questa ennesima copertura diplomatica dei crimini di Israele e ci ripromettiamo, in ogni sede, di documentarli e denunciarli.

Riteniamo importante una autonoma azione di aiuto civile alle popolazioni libanesi colpite da Israele da parte di tutte le organizzazioni e realtà del movimento pacifista ed antimperialista. Consideriamo tale solidarietà comprensiva del sostegno alla resistenza nazionale libanese antisraeliana, in particolare a quelle forze laiche, di sinistra, comuniste, ieri impegnate a difendere il proprio paese dall’invasione, oggi impegnate nell’azione di ricostruzione del Libano e di assistenza alle vittime della guerra.

Ci battiamo per la centralità delle ragioni e dei diritti del popolo palestinese. La guerra di Israele al Libano e la missione militare per il disarmo della resistenza libanese, contribuiscono a rimuovere il dramma quotidiano del popolo palestinese nelle colonie israeliane, a partire da Gaza; ed in particolare rimuovere l’intensificazione della terribile repressione israeliana nei territori occupati. Rilanciare la mobilitazione a sostegno dei palestinesi, per il loro pieno diritto all’autodeterminazione, è parte centrale della nostra opposizione alla missione in Libano. Come lo è la rivendicazione dell’abolizione del trattato di cooperazione militare tra Italia e Israele.

Ci proponiamo di contrastare quel clima pesante di intimidazione politica e culturale che mira a rappresentare come “antisemitismo” la denuncia della politica israeliana. Noi non ci faremo intimidire. Da sempre avversi ad ogni forma di antisemitismo, rivendichiamo il diritto ad un’aperta battaglia politica e culturale contro il sionismo e l’islamofobia, quale parte integrante di una coerente lotta contro la guerra.

Primi Firmatari
Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori; Unione Democratica Araba Palestinese; Forum Palestina; Rete dei Comunisti; Campo Antimperialista; Red Link; Comitato Nazionale per il Ritiro dei Militari Italiani; Comitato Comunista A. Gramsci; Comitato Iraq Libero.

ANSA.it - LIBANO: OLMERT A ANNAN, BLOCCO LIBANO PER ORA RESTA
www.ansa.it/main/notizie/fdg/200608301800254930/20...
GERUSALEMME - Non è stata tutta rose e fiori la visita in Israele del segretario generale dell' Onu Kofi Annan la cui richiesta di rapida revoca del blocco aeronavale israeliano del Libano è stata respinta oggi dal premier Ehud Olmert. Questi ha insistito per una piena e meticolosa attuazione di tutti i punti della risoluzione dell' Onu 1701, base dell'attuale instabile cessate il fuoco che ha concluso il conflitto aperto il mese scorso da Israele contro gli Hezbollah in Libano. Annan ha affermato che togliere l' "umiliante" blocco è importante sia per i suoi riflessi sull' economia libanese sia per rafforzare il governo democratico a Beirut.

BEIRUT - Hebzollah ha respinto oggi ogni ipotesi di dispiegamento di forze Onu al confine con la Siria, sostenendo che equivarrebbe a "porre il Libano sotto mandanto internazionale". Lo ha dichiarato alla Tv araba Al-Arabiya uno dei 14 deputati del movimento sciita nel Parlamento libanese, Hassan Fadlallah.

Il deputato del movimento appoggiato da Siria e Iran ha poi invitato il governo libanese ad assumere una "posizione chiara" sulla questione. Le dichiarazioni di Fadlallah sono giunte all'indomani della minaccia di Damasco di chiudere la sua frontiera con il Libano se i 'caschi blu' dell'Onu dovessero esservi schierati.

La minaccia è stata riferita dal ministro degli esteri finlandese Erkki Tuomioja, il cui paese esercita la presidenza di turno dell'Ue e che ieri ha incontrato a Helsinki il collega siriano Walid al-Muallim. Due giorni fa, il presidente siriano Bashar al-Assad ha dal canto dichiarato che il dispiegamento di forze internazionali lungo la frontiera siro-libanese rappresenterebbe una "azione ostile".

Israele ha invece richiesto che i 'caschi blu' dell'Unifil, che dovrebbero aumentare dagli attuali 2.000 fino a un massimo di 15.000, controllino il confine tra Libano e Siria per impedire che Hezbollah riceva nuove forniture belliche dalla stessa Siria o - attraverso il suo territorio - dall'Iran.


Libano, regole ingaggio Onu consentono ampio uso forza
mercoledì, 23 agosto 2006 8.50
 
 

di Evelyn Leopold

NAZIONI UNITE (Reuters) - Le nuove regole d'ingaggio per le truppe delle Nazioni Unite in Libano consentono ai soldati di sparare per autodifesa, di usare la forza per proteggere i civili e di resistere a tentativi armati di interferire con i loro doveri, dice un documento Onu.

Le 21 pagine di regole, ottenute ieri sera da Reuters, sono relative al mandato inserito nella risoluzione votata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu l'11 agosto scorso. Il mandato non prevede che l'Unifil - il nome della missione Onu: Forza provvisoria delle Nazioni Unite - effettui il disarmo su larga scala dei guerriglieri Hezbollah nel sud del Libano.

Le regole d'ingaggio, una cui bozza era stata fornita la scorsa settimana ai paesi che potenzialmente invierebbero truppe in linea, sono state accettate in generale, ha detto Vijay Nambiar, consigliere speciale del segretario generale Kofi Annan.

I rappresentanti "tecnici" dell'Unione europea si incontrano oggi a Bruxelles per discutere della missione in Libano, e venerdì prossimo sarà la volta dei ministri degli Esteri.

L'Italia si è resa disponibile a guidare la missione Unifil, attualmente comandata da un generale francese.

"Non abbiamo ricevuto richieste importanti di cambiamenti", ha detto Nambiar ieri nel corso di una conferenza stampa a Gerusalemme. "Riteniamo dunque che potremmo finalizzarle nell'imminenza".

Nel tentativo di sostenere la fragile tregua seguita a un mese di guerra tra Israele e i guerriglieri sciiti del movimento Hezbollah, le Nazioni Unite vogliono schierare entro il 2 settembre nel Libano meridionale 3.500 soldati e fino a 15.000 entro novembre (13.000 oltre ai 2.000 già presenti con l'Unifil nella regione).

L'attuale missione Unifil, nata nel 1978, ha la possibilità di autodifesa, ma soprattutto si tratta di una missione di osservazione.

Nello specifico, le nuove regole d'ingaggio prevedono il diritto all'autodifesa e la "difesa preventiva" contro un attacco previsto. Ma in molti casi sarà un ufficiale di grado elevato a approvare l'uso della forza, se le truppe non saranno sotto attacco.

DISARMARE GLI HEZBOLLAH?

I militari potranno usare la forza anche contro chiunque impedisca all'Unifil di svolgere i suoi compiti e per assicurare la sicurezza e la libertà di movimento del personale Onu e degli operatori umanitari, nonché per proteggere i civili dal pericolo di una minaccia imminente, dicono le regole.

L'uso della forza, "compresa la licenza di uccidere", è autorizzata anche per difendere le forze armate libanesi a cui potrebbero essere associate truppe Onu, se l'autore o gli autori della minaccia sono armati.

La forza dovrà essere proporzionale al livello della minaccia. Ma il livello della risposta potrebbe anche essere più elevato al fine di evitare perdite Onu o civili, dicono le regole.

Il mandato, approvato dal Consiglio di Sicurezza, chiede all'Unifil di assistere le forze armate libanesi nella creazione di una zona-cuscinetto bonificata da armi non autorizzate.

Secondo Mark Malloch Brown, vice segretario generale dell'Onu, il mandato chiarisce che l'Unifil non può condurre un disarmo su larga scala.

Ma Brown ha detto anche che i peacekeeper potrebbero agire, nel caso in cui piccoli gruppi non lasciassero volontariamente le armi se dovessero trovarsi davanti le truppe Onu: "Se cercassero di resistere con la forza al disarmo, allora potremmo impiegare noi stessi la forza per disarmarli". Il vice di Annan lo aveva spiegato già la scorsa settimana, al termine del vertice dei paesi intenzionati a nviare truppe o mezzi in Libano.



© Reuters 2006. Tutti i diritti assegna a Reuters.
 
 
 
 

Amnesty International ha reso pubbliche oggi le conclusioni delle proprie ricerche, secondo le quali, nel corso del recente conflitto, Israele ha portato avanti una politica di deliberata distruzione delle infrastrutture civili libanesi, comprendente anche crimini di guerra.


L’organizzazione per i diritti umani denuncia come la distruzione di migliaia di abitazioni e il bombardamento di numerosi ponti, strade, cisterne e depositi di carburante siano stati parte integrante della strategia militare israeliana in Libano, piuttosto che “danni collaterali”, derivanti da attacchi legittimi contro obiettivi militari.

Il rapporto di Amnesty International rende più pressante la necessità di un’inchiesta urgente, esaustiva e indipendente da parte delle Nazioni Unite sulle gravi violazioni del diritto umanitario commesse da Hezbollah e da Israele nel mese di conflitto.


Il governo israeliano ha sostenuto di aver preso di mira postazioni di Hezbollah e sue strutture di appoggio e che il danneggiamento delle infrastrutture civili è stato il risultato della strategia di Hezbollah di usare la popolazione civile come “scudo umano”.

“Il modello ricorrente, l’estensione e la scala degli attacchi rende il riferimento ai ‘danni collaterali’ semplicemente non credibile” – ha aggiunto Gilmore. “Alle vittime civili uccise sui due lati del conflitto va resa giustizia. La grave natura delle violazioni commesse rende urgente un’inchiesta sulla condotta di entrambe le parti. Occorre che i responsabili dei crimini di guerra siano chiamati a rispondere del proprio operato e che vi sia una riparazione per le vittime”.

Il rapporto di Amnesty International, intitolato "Deliberata distruzione o ‘danni collaterali? Gli attacchi di Israele contro le infrastrutture civili”, è basato su informazioni raccolte di prima mano dalla recente missione condotta in Israele e in Libano dai ricercatori dell’organizzazione, i quali hanno intervistato decine di vittime, funzionari delle Nazioni Unite, responsabili dell’esercito israeliano e del governo libanese, oltre ad aver esaminato dichiarazioni ufficiali e fonti di stampa.

Il rapporto contiene prove di:
- distruzioni di massa, da parte dell’esercito israeliano, di interi insediamenti civili e villaggi;
- attacchi contro ponti in zone prive di alcuna apparente importanza strategica;
- attacchi a centrali di pompaggio dell’acqua, impianti per il trattamento delle acque e supermercati, nonostante sia proibito prendere di mira obiettivi indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile;
- dichiarazioni di rappresentanti dell’esercito israeliano secondo cui la distruzione delle infrastrutture civili era un obiettivo della campagna militare di Israele, per spingere il governo e la popolazione civile libanese a ribellarsi contro Hezbollah.

Il rapporto evidenzia un modello ricorrente di attacchi indiscriminati e sproporzionati, che ha causato lo sfollamento del 25 per cento della popolazione civile libanese. Questo modello, sommato alle dichiarazioni ufficiali, sta ad indicare che gli attacchi contro le infrastrutture civili sono stati deliberati e non semplicemente conseguenze involontarie di attacchi legittimi contro obiettivi militari.

Amnesty International chiede l’istituzione, da parte delle Nazioni Unite, di un’inchiesta esaustiva, indipendente e imparziale sulle violazioni del diritto umanitario commesse da entrambe le parti in conflitto. Questa inchiesta dovrebbe prendere in esame soprattutto l’impatto del conflitto sulla popolazione civile e dovrebbe avere l’obiettivo di chiamare singoli responsabili di crimini di diritto internazionale a rispondere del proprio operato nonché di assicurare piena riparazione alle vittime.

 
Libano - Bombe israeliane su Shebaa
La cittadina è situata di fronte alla zona contesa delle omonime Fattorie, occupata da Israele nel 1967 e a cavallo del triplice confine con la Siria. L'artiglieria israeliana ha aperto il fuoco nel settore orientale della linea blu che segna il confine tra Libano e Israele
Il re di Giordania: che Israele si ritiri dal Libano
I riservisti israeliani chiedono di tornare a casa
BEIRUT - L’artiglieria israeliana ha bombardato stamani la cittadina libanese di Shebaa, nel settore orientale della linea blu che segna il confine tra Libano e Israele. Lo ha riferito la Tv libanese Lbc.
L’emittente ha precisato che l’artiglieria israeliana ha aperto il fuoco contro la zona est di Shebaa, a un chilometro di distanza da una postazione dell’esercito libanese, che venerdì scorso ha preso posizione nella zona.
La cittadina di Shebaa è situata di fronte alla zona contesa delle omonime Fattorie, occupata da Israele nel 1967 e a cavallo del triplice confine con la Siria.

ISRAELIANI CATTURANO DUE LIBANESI VICINO CONFINE
Soldati israeliani hanno catturato sempre stamani due cittadini libanesi nei pressi del villaggio di Rabb et-Talatin, a tre chilometri dal settore orientale della linea blu che segna il confine con Israele. Lo ha riferito la Tv libanese Lbc. L’emittente ha precisato che soldati israeliani provenienti dalla vicina cittadina libanese di confine di Aadaisse hanno allestito un posto di blocco volante lungo la strada per Rabb et-Talatin, dove hanno catturato i due.
Sempre nel settore orientale della linea blu, secondo la Tv di Hezbollah, Al-Manar, una mina è esplosa stamani al passaggio di un carro armato israeliano Merkava, provocando l’uccisione di un soldato e il ferimento di altri tre.

23/8/2006

Yahoo! Italia Notizie
MO: Amnesty accusa Israele di aver commesso crimini di guerra
TicinOnline.ch - 1 ora fa
LONDRA - Amnesty International accusa Israele di aver commesso crimini di guerra in Libano per aver deliberatamente preso di mira le infrastrutture del paese in uno "sforzo di rivoltare civili e governo contro Hezbollah". ...
Libano, Amnesty accusa Israele "Obiettivi civili colpiti ... La Repubblica
Amnesty e le accuse ad Israele Passi nel Deserto
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Il Resto del Carlino
Israele uccide 3 guerriglieri Hezbollah in raid Libano
Reuters Italia - 3 ore fa
BEIRUT (Reuters) - Israele ha compiuto all'alba di oggi un raid con aerei e incursori dell'esercito contro un bastione di Hezbollah nel Libano orientale in quella che il governo ha definito una "aperta violazione" della tregua che ha messo fine a 34 ...
Hezbollah denunciano attacco, ma Israele nega IGN - Italy Global Nation
L'esercito libanese nei feudi di Hezbollah Corriere Canadese
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Libano, "Sì dell'Italia a comando"

Prodi: "Ora dovrà decidere Annan"

Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha annunciato di aver dato la sua disponibilità per una guida italiana della missione internazionale dell'Onu in Libano: "Ho confermato a Kofi Annan la disponibilità del governo a guidare la missione delle Nazioni Unite. A questo punto dovrà decidere lui", ha detto il premier.

L'Italia è dunque disponibile ad assumere il comando della missione in Libano. Lo dice il premier Prodi che però precisa: "Sul comando dovrà decidere Kofi Annan e lo farà dopo aver terminato tutte le analisi e il confronto con i leader di tutti i Paesi che possono essere interessati alla missione". "Quindi - aggiunge il presidente del Consiglio - è una decisione che Kofi Annan prenderà alla fine di questa larghissima consultazione prima che lo stesso Annan, nel fine settimana arrivi in Medioriente per prendere quindi una decisione definitiva". 

Prodi fa sapere che il segretario generale dell'Onu "sta parlando con tutti i leader dei Paesi interessati alla missione ed abbiamo fatto il punto della situazione dopo i colloqui. Nei prossimi giorni avremo una soluzione definitiva".

EMMEGI PRESS AGENCY 1996 | AGENZIA DI STAMPA INTERNAZIONALE | FIRENZE |
www.emmegipress.it/info/source/foreign.html
Israele: arrestato assassino volontario italiano
SwissInfo - 11 ore fa
GERUSALEMME - Le forze di sicurezza israeliane hanno catturato il presunto assassino di Angelo Frammartino, il giovane volontario assassinato a coltellate la sera del 10 agosto scorso mentre passeggiava vicino alle mura della città vecchia, a Gerusalemme ...
MO, arrestato palestinese che accoltellò Frammartino Notizie Interfree
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Medio Oriente. Arrestato il vice premier Anp Nasser Shaer: nelle prigioni israeliane 4 ministri di Hamas


Una trentina i soldati israeliani impegnati nell'operazione


Ramallah, 19 agosto 2006

La prima a dare notizia dell'arresto di Shaer era stata sua moglie, Huda. Poi anche l'esercito israeliano ha confermato di aver arrestato la scorsa notte a Ramallah, in Cisgiordania, il vice primo ministro palestinese Nasser Shaer, per il suo coinvolgimento nelle attivita' di Hamas, il gruppo estremista palestinese al governo dell'Autorità Nazionale Palestinese.

Con l'arresto di Shaer, sono quattro gli esponenti di governo palestinese tenuti sotto custodia da Israele, insieme ad altri 28 parlamentari di Hamas. Altri quattro ministri sono stati arrestati e poi rilasciati.

Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat ha condannato l'arresto e ha dichiarato che si tratta di un gesto che complica i recenti tentativi del presidente Abu Mazen di avviare il dialogo con Hamas per un governo di unità nazionale.

Gli arresti degli esponenti politici di Hamas sono stati effettuati dopo il rapimento del 25 giugno scorso del caporale israeliano Gilad Shalit da parte di miliziani palestinesi. Il 28 giugno l'esercito israeliano ha lanciato una massiccia offensiva nella Striscia di Gaza, tuttora in corso, per ottenere la liberazione del suo soldato e fermare i lanci di razzi Qassam contro Israele.

LA TREGUA IN PERICOLO

Kofi Annan condanna i raid
Israele: 'Ne faremo altri'
E Beirut 'frena' gli Hezbollah

Il segretario dell'Onu parla di violazione del cessate il fuoco, Olmert replica: 'E' nostro diritto impedire il riarmo di Hezbollah finché le forze Unifil non saranno dispiegate. La risoluzione 1701 impone anche il disarmo delle milizie'

GERUSALEMME, 20 agosto 2006 - Israele ha affermato oggi che proseguirà i suoi raid in Libano per impedire il riarmo di Hezbollah, all'indomani di una incursione delle sue truppe nella valle della Bekaa, condannata dal segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan (nella foto) come una "violazione" del cessate il fuoco in vigore dallo scorso lunedì nella regione.

Community Rai -> Stai rispondendo alla discussione NAPOLI: CAPITALE DELLA CULTURA!
www.forum.rai.it/index.php?act=Post&CODE=02&f=30&t...
[quote=vick24,20 Aug 2006, 15:47 ] [quote=gigs,20 Aug 2006, 14:09 ][url=http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/08_Agosto/20/brescia.shtml]http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronach...0/brescia.shtml[/url] come vedi, sempre a brescia succedono delitti  :wub: [right][snapback]2240787[/snapback][/right] [/quote] :wub: Extracomunitari e se sono italiani sono di origine meridionale in gran parte... non è voluta ma è la realtà!!!! Non è razzismo è realismo purtroppo, VIVA IL REGNO DELLE DUE SICILIE!!! [right][snapback]2240868[/snapback][/right] [/quote] Anche tu sei al limite della legalita'. INFORMA CANI SCIOLTI

Cairo, 20 agosto 2006

 M.O.: LIBANO, INIZIATA AL CAIRO RIUNIONE STRAORDINARIA LEGA ARABA =
      DELEGATI 22 PAESI DISCUTONO RICOSTRUZIONE PAESE DEI CEDRI

E' iniziata al Cairo la riunione straordinaria dei ministri degli Esteri e delegati dei 22 paesi membri della Lega Araba, nel corso della quale saranno discussi
gli ultimi sviluppi della crisi libanese e, in particolar modo, si parlerà della ricostruzione del Paese duramente provato da 34 giorni d'offensiva israeliana.

Alla riunione nella capitale egiziana prendono parte 15 ministri degli Esteri e 7 alti funzionari in appresentanza dei paesi arabi.

Il Kuwait donerà 800 milioni di dollari
Il governo del Kuwait intende donare 800 milioni di dollari al Libano, ha dichiarato il ministro degli Esteri kuwaitiano Sheik Mohammed Al Sabbah subito dopo il suo arrivo al Cairo.
 
L'Arabia saudita ha detto di aver già versato nelle casse libanesi 500 milioni di dollari. Altri paesi si sono impegnati,a contribuire alla ricostruzione.
 
Da parte sua il capo della diplomazia libanesde Fawzi Salloukh ha spinto i suoi colleghi arabi ad impegnarsi di piu'. "Il Libano sta cercando altri aiuti per la sua ricostruzione", ha aggiunto.

"Anche la Luna è un pianeta": gli astronomi contestano il nuovo sistema solare - Wikinotizie
it.wikinews.org/wiki/%22Anche_la_Luna_%C3%A8_un_pi...

Praga, domenica 20 agosto 2006

Al Congresso di Praga non mancano le voci che criticano il nuovo sistema solare, che, se passasse la bozza proposta dai sette savi, si ritroverebbe con tre pianeti in più, ovvero con dodici totali.

Secondo una parte degli astronomi, infatti, se Caronte, Cerere e Xena sono dei pianeti, allora dovrebbe esserlo anche la Luna, per cui la Terra si trasformerebbe in un pianeta doppio. Infatti Caronte ha un diametro di 1 270 kilometri, mentre per la Luna è di 3 500: se Caronte, che finora era un satellite di Plutone, viene considerato un pianeta, allora anche la Luna ha le carte in regola per non essere più un satellite della Terra, bensì un pianeta facente parte di un sistema doppio. Senza contare che il più grande dei nuovi pianeti, Xena, ha un diametro di circa 3 000 kilometri: sempre meno della Luna. Gli astronomi che hanno proposto la bozza rispondono che la grandezza non è la sola ragione per essere un pianeta: bisogna infatti che il pianeta abbia una forma quasi sferica e che ruoti intorno ad una stella, o, se ruota attorno ad un pianeta, che il baricentro di tale moto si trovi all'esterno dei due pianeti. Per questa definizione, Caronte potrebbe essere considerato un pianeta, mentre la Luna no. Ma siccome la Luna si sta allontanando progressivamente dalla Terra, presto il baricentro del sistema Terra-Luna sarà esterno ai due pianeti, per cui si può considerare già da ora la Luna come un pianeta.

Insomma gli astronomi contestano che se si accettassero questi nuovi pianeti, allora si dovrebbe allargare il sistema solare ad altre decine di oggetti che soddisfano le nuove caratteristiche di pianeta. Ma intanto si fa strada una terza via per risolvere la questione: quella di lasciare i pianeti nel numero di nove, come è stato fino ad oggi.

Fonti

Olmert gela Chirac: comando all’Italia - La Stampa Web
www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200608...
ESTERI

SI STRINGONO I TEMPI ORGANIZZAZIONE PIÙ DIFFICILE DOPO IL RAID ISRAELIANO NELLA VALLE DELLA BEKAA E IL NO DI GERUSALEMME AI «CASCHI BLU» DI ALCUNI PAESI

Olmert gela Chirac: comando all’Italia

La Francia chiede un vertice Ue urgente. Annan sollecita più leader europei a mandare uomini

21/8/2006
di Paolo Mastrolilli



Ehud Olmert
NEW YORK. Salvare la tregua e la nuova missione Unifil, che dopo il raid israeliano nella valle della Bekaa rischia di saltare prima ancora di cominciare. E' la priorità su cui lavora l'Onu in queste ore, mentre il premier dello Stato ebraico Olmert chiede al collega Prodi di guidare la forza di pace e schierare i suoi soldati ai valichi di confine con Libano e Siria. Una conferma del ruolo crescente di Roma, visto che la Francia continua a tentennare e domanda una riunione chiarificatoria tra i Paesi della Ue mercoledì a Bruxelles.

Gli israeliani ieri hanno difeso il raid dicendo che serviva a bloccare rifornimenti di armi ad Hezbollah, e quindi rientrava nelle operazioni difensive permesse dalla risoluzione 1701. I libanesi hanno risposto che non c'erano armi in arrivo e quindi l'operazione aveva altri obiettivi, tipo scovare i due soldati di Tsahal rapiti, e hanno denunciato nuovi voli di ricognizione sul loro territorio. Il ministro della Difesa Peretz ha replicato che comunque lo Stato ebraico deve prepararsi al «secondo round» del conflitto.

L'inviato del segretario generale Kofi Annan, Terje Roed-Larsen, che oggi incontrerà i leader israeliani, ha commentato così: «Potremmo scivolare di nuovo nella guerra, un abisso di violenza e di spargimento di sangue. Questo è il motivo per cui simili incidenti non sono di aiuto. Non favoriscono la tenuta della fragile tregua e non incoraggiano i potenziali partecipanti alla nuova forza internazionale a contribuire soldati». La Casa Bianca ha difeso il raid israeliano, però ha detto che «l'incidente sottolinea l'importanza di un rapido dispiegamento della Unifil potenziata». Così si ritorna al problema fondamentale delle lentezza con cui la forza si sta assemblando. Anche alla luce delle cattive notizie che arrivano da Teheran, dove il governo annuncia che non intende fermare le sue attività di arricchimento dell'uranio e le forze armate - nelle più consistenti esercitazioni militari degli ultimi tempi - sperimentano nuovi missili e un nuovo sistema di difesa.

Ieri Annan ha passato la giornata al telefono, per sollecitare più Paesi europei a partecipare. Olmert, infatti, ha chiarito di non volere ai confini militari di nazioni islamiche che non riconoscono il suo Stato, tipo Bangladesh, Malaysia e Indonesia. Cioè gli unici che si sono fatti avanti, offrendo un numero preciso di uomini. Israele ieri ha lanciato un appello diretto alla Francia, dichiarandosi deluso per i 200 militari promessi finora. Il ministro degli Esteri di Parigi, Douste-Blazy, ha risposto chiedendo alla Finlandia, presidente di turno dell'Unione Europa, di convocare una riunione che si terrà mercoledì a Bruxelles. Douste-Blazy ha invocato la «solidarietà europea», con un tono che risulta un po’ grottesco mentre tutti gli altri invocano la solidarietà francese. Poi ha ribadito i motivi dell'incertezza del suo governo: «A chi dovrà rispondere il comando dell'Unifil? Qual è la libertà di reazione di questa forza? Quali saranno i mezzi a sua disposizione per garantire la sua sicurezza?». E' la paura della sindrome bosniaca, nonostante le regole di ingaggio consentano anche l’uso preventivo della forza contro eventuali minacce. Poi, però, ha aperto uno spiraglio: «Quello che faremo dopo - ha detto il ministro - si vedrà al momento in cui le precisazioni, le garanzie che abbiamo chiesto all'Onu saranno conosciute».

Aspettando che la Francia chiarisca i suoi dubbi, però, si rischia la fine della tregua, di Unifil, e della risoluzione 1701. Domani il Dipartimento Onu per le operazioni di pace avrebbe in programma un secondo incontro con i Paesi disposti a partecipare, per definire numeri e ruoli, ma l'appuntamento europeo di mercoledì potrebbe renderlo ancora interlocutorio. Il Palazzo di Vetro ritiene di aver fatto ciò che doveva, e adesso tocca ai paesi membri di muoversi.

Perciò cresce il ruolo dell'Italia, che ieri è tornata al centro delle iniziative diplomatiche. Prodi ha parlato con Chirac, Blair, il premier libanese Siniora e Olmert, che lo ha elogiato e incoraggiato: «L'Italia - ha detto - deve giocare un ruolo primario», che potrebbe significare il comando della forza. La testa di ponte di 3.500 soldati, infatti, dovrebbe sbarcare entro il 2 settembre, e l'incidente della Bekaa dimostra che non c'è tempo per aspettare la soluzione dei tentennamenti francesi. Secondo Olmert, «Israele vede nell'invio di forze italiane un elemento essenziale per l'attuazione della risoluzione 1701 e un contributo importante per la pace in Medio Oriente». Infatti chiede che pattuglino i confini con Libano e Siria. Anche il segretario di Stato Rice ha chiamato il collega D'Alema, per esprimere «apprezzamento». Un altro segnale delle aspettative che la comunità internazionale ripone in Roma.

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Il Resto del Carlino
Israele uccide 3 guerriglieri Hezbollah in raid Libano
Reuters Italia - 3 ore fa
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L'esercito libanese nei feudi di Hezbollah Corriere Canadese
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Massacri di guerra per cronisti fragili
articolo21.info
 
   
 

di Giuseppe Bonavolontà
La parola più usata dalla cronaca nei giorni della guerra è stata: Massacro. Quella più adatta in questi di cessate il fuoco è: Fragile.
I massacri fatti dalle bombe, la fragilità dei compromessi di pace in cui governanti e combattenti di tutte le parti cantano vittoria; mentre le loro genti, su entrambe le sponde, perdono .
Si dovrebbe essere più clementi con i cronisti impegnati quotidianamente a modificare l’elenco dei morti. A volte sbagliano i conti.

Il cronista è particolarmente segnato  dalla strage di Cana, avvenuta il 30 luglio scorso. Pensa a quei corpi mutilati e schiacciati, alle espressioni di quei visi presi alla vita nel sonno. Pensa alle braccia che penzolavano mentre li portavano via dalle macerie. Sono immagini che gli fanno vibrare il cervello, sono la realtà che vede con gli occhi.

Il cronista sa che non può trasmettere questa realtà in tv. E’ troppo macabra per gli utenti occidentali.
Nell’Oriente più o meno Medio, sono convinti che il limite posto nella diffusione delle immagini sia una censura, che non si mostra perché si vuole nascondere. Le tv arabe, invece, più le immagini più sono forti, più le trasmettono sugli schermi, come tormentoni che torturano le coscienze, le fanno risvegliare, scatenano i rancori.

Il cronista non sa e non deve esprimere giudizi. Dice solo che, alla fine, quello che da una parte si nasconde, dall’altra si ostenta; e il satellite che oramai nelle case porta tutti  i canali del pianeta, non pone limiti agli esperti del telecomando, che sono soprattutto i bambini.

Eppure la televisione, per quanto si sforzi, è sempre lontana dalla realtà. Quello che si è mostrato di Cana è niente a fronte di quello che ha visto il cronista, per ore e giorni, con i propri occhi, quando si è sbagliato a contare i cadaveri sepolti da tonnellate di macerie spostate a mano. Le ruspe non potevano muoversi nei giorni della guerra. Erano un bersaglio, con i loro bracci idraulici protesi verso l’alto potevano essere scambiate per rampe di lancio di missili Hezbollah.

E’ paradossale, ma è vero. Ricordate l’immagine di quei due camion attrezzati per trivellare il terreno? Erano in un parcheggio di Ashrafie, quartiere cristiano di Beirut. Due proiettili li hanno ridotti in rottami. E i furgonati che portavano vegetali dalla valle della Bekaa? Colpiti e distrutti. Il cronista non ci credeva finchè non è andato a vedere: nei cassoni c’era ancora la verdura, incenerita.

Ma che differenza fa se i morti invece di sessanta sono ventotto, di cui diciotto bambini. Il più piccolo aveva nove mesi. E’ stato comunque un “massacro” della guerra. I corpi, senza il conforto dei parenti fuggiti lontano, tra un raid e l’altro sono stati gettati in una fossa comune.

Ai funerali, celebrati quindici giorni dopo, all’inizio della tregua “fragile”, le donne portavano le fotografie dei piccoli scomparsi. Le mostravano alle telecamere e domandavano se, quelle facce che sapevano ancora di bambolotti, potevano essere scambiate per combattenti. Sventolavano le foto di Iahia Shalhub, età nove anni, di Kassem Samir Shalhub, 8 anni, di Ali Mohammed Shalhub, 10 anni, di Abbas Shalhub, nove mesi. Si rivolgevano al cronista. Il cronista non ha saputo rispondere.

Ora il cronista vuole scrivere di Cana per gli amici riuniti a Perugia nel Tavolo della Pace. 

Cana è benedetta dal Signore e maledetta dagli uomini. Sul piazzale, creato dalla bomba che ha frantumato una palazzina di due piani con innocenti dentro, hanno fatto il nuovo cimitero. Ventotto fosse disposte su quattro file. Da li si vede la grotta in cui la tradizione individua il luogo del primo miracolo di Gesù: la trasformazione dell’acqua in vino. Il vino, secondo i profeti dell’Antico Testamento, rappresenta la pienezza della verità (“In vino veritas”).

Fino a cinquanta anni fa, per quasi duemila anni Cana fu una città a stragrande maggioranza cristiana. Poi molti cristiani migrarono nelle fughe dalla povertà rurale che hanno mischiato l’umanità nel Libano. Contemporaneamente, a partire dal 1967,  popolazioni sciite dell’estremo sud a caccia di sicurezza iniziarono a lasciare i loro villaggi occupati dagli israeliani e colpiti dalle guerre. La vicina città di Cana, consacrata dal Figlio di Dio (o dal Profetà Gesù, a seconda delle visuali di fede), fu considerata tra i luoghi sicuri.

Così la maggior parte degli abitanti ora sono musulmani. Accanto alle chiese hanno costruito moschee, accanto ai conventi sono sorte scuole coraniche. Genti dal credo diverso convivono  rispettandosi, senza sprofondare nei fondamentalismi.

Dal nuovo cimitero di Cana si vede un mausoleo. Sulla pietra sono scolpiti centosei nomi di morti. Il cronista, dieci anni fa, ebbe il privilegio professionale e l’amaro nella bocca, di raccontare un altro “massacro” di un’altra guerra che ha reso “fragile” Cana: un centinaio di profughi scappati dal solito sud, campo di battaglia tra miliziani Hezbollah e soldati israeliani, trovarono rifugio nel compound delle Nazioni Unite. Un luogo sicuro, dove c’erano i caschi blu delle isole Fiji. Nessun aereo avrebbe osato sganciare ordigni su di loro. Questo pensavano, quando una di quelle bombe che chiamano intelligenti si dimostrò folle e li sbriciolò. In un attimo strappò la vita a centosei corpi vestiti di stracci.

Il cronista non sta con nessuna parte. Sta dalla parte in cui lo hanno mandato per raccontare. Avrebbe considerato un privilegio professionale e un pugno per il suo stomaco, testimoniare i “massacri” compiuti dai razzi Hezbollah nella Galilea israeliana e la sofferenza che rende “fragile” la gente che se li sente piovere addosso . Ma non sa come spedire un occhio da una parte e il secondo dall’altra.

Il cronista ha le sue opinioni: prova fastidio per tutti quelli che fanno la guerra, simpatizza con coloro che la subiscono e basta. I primi sono pochi. I secondi sono moltitudini, che si incontrano su tutti i confini.

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Israele e il «rischio» della tregua
PeaceLink - Italy
Nel 1977 il Presidente Carter fece firmare ad Israele ed all'Egitto gli accordi di Camp Davis che imposero il ritiro completo delle truppe di Tel Aviv dal Sinai ...
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La protesta della El Al «Anche l' Italia ha impedito lo scalo ai cargo di armi»
Mara Gergolet
Fonte: Il Corriere della Sera (http://www.corriere.it)
5 settembre 2006
DAL NOSTRO INVIATO GERUSALEMME -
Niente scali negli aeroporti italiani.
Il governo di Roma ha risposto «no» alla richiesta israeliana che
aerei cargo della El Al
provenienti dagli Stati Uniti
si fermassero in Italia per rifornire.
 
 Il motivo:
quegli aerei trasportavano armi che sarebbero state usate nella guerra in Libano.
 
 
È quanto emerge da una lettera di protesta, scritta dal capitano Etai Regev che guida il sindacato piloti della El Al, al premier israeliano Ehud Olmert (nonché ai ministri della Difesa, delle Finanze e del Turismo) e finita in mano al giornale Haaretz. Nel documento si dice che perfino «Paesi amici come l' Italia, la Germania e la Gran Bretagna» si sono opposti a concedere i loro aeroporti. Una linea condivisa da molti nell' Unione europea. Oltre a «Paesi amici» citati da Haaretz, avrebbero opposto un netto rifiuto anche l' Irlanda, la Spagna, il Portogallo. «La decisione degli europei - scrive il capitano Regev - nasce da motivazioni politiche». Il divieto, secondo fonti vicine alla compagnia di bandiera israeliana, non sarebbe stato ancora tolto. Si è trattato, si scopre ora, di una «concertazione europea» non si sa quanto coordinata, che ha in parte condizionato le decisioni dello stato maggiore israeliano. Dalla seconda settimana di guerra in Libano, infatti, Tsahal ha aumentato e accelerato l' acquisto delle armi dagli Stati Uniti. In particolare, Israele aveva urgente bisogno delle cosiddette bunker buster, potenti bombe a guida laser, ritenute le più adatte e colpire in profondità e smantellare i bunker di Hezbollah. I bombardamenti massici che avrebbero preparato il terreno all' offensiva di terra. Il rifiuto europeo a concedere lo scalo ai cargo El Al, fa capire la lettera di Regev, ha ritardato queste operazioni. «Il risultato - si legge - è che gli aerei, non potendo rifornirsi, sono decollati dagli Stati Uniti con un carico molto leggero e hanno raggiunto Israele con un numero di munizioni inferiore a quello necessario». Tanto che «ne è nato un sostanziale danno alla difesa dello Stato», in altre parole all' offensiva libanese. Che aerei destinati in Israele, con le munizione americane a bordo, facessero tappa in Gran Bretagna era già stato svelato dalla stampa inglese. Subito dopo i rapporti su due Airbus statunitensi pieni di ordigni a guida laser «GBU 28» atterrati a Glasgow, è intervenuta il ministro degli Esteri Margaret Beckett, che non ha gradito affatto queste spedizioni. Si trattava di aerei Usa, allora, non israeliani. «Ho già fatto sapere agli Stati Uniti - ha detto in luglio - che su questo punto sono seriamente in torto. Faremo delle proteste formali se sarà confermato che tutto questo è successo davvero». Eppure pochi giorni dopo è stato Blair a correggere il suo ministro. I voli, ha garantito incontrando Bush a Washington, possono continuare. «Bush si è scusato - ha fatto sapere il premier britannico - per aver violato le procedure, ora tutto è stato sistemato». Una decisione che ha scatenato le proteste della sinistra laburista contro Blair, un' altra volta «acriticamente, supinamente bushiano». Nulla si sapeva di aerei El Al. Né che delle richieste precise erano state rivolte anche all' Italia.
Nuovi passi falsi nella gestione della "missione" italiana in Libano. La Francia mantiene tutt'altro profilo, ma "al-Qa‘ida" la tiene d'occhio... Arrivano anche i russi. Il 9 Settembre, il Presidente del Consiglio Prodi ha telefonato al Presidente siriano Al-Asad (ce lo ha detto l’Agenzia ADNKronos da Roma) per esporgli un progetto per l’invio sul territorio della Siria di un contingente di istruttori dell’Unione Europea.

Istruttori? Sì, insomma degli esperti per l’addestramento di guardie e doganieri di Damasco nell’uso di… apparecchiature per il controllo a distanza di… eventuali passaggi di armi verso il Libano. Prodi ha inoltre precisato nel corso del colloquio con Al-Asad che il personale allocato in zona avrebbe operato senza armi né abbigliamento militare. Non deve essere stata, come si può facilmente immaginare, una conversazione facile. L’inquilino di Palazzo Chigi biascica un pessimo inglese, telefonava da migliaia di km di distanza e non ha mai avuto colloqui diretti con Al-Asad.

Proporgli un “aiutino“ di quel genere, di fatto, voleva dire che Roma prendeva l’impegno espresso a livello ufficiale dalla Siria per il controllo della sua linea di demarcazione come bisognoso di verifica sul terreno e quindi sostanzialmente privo di garanzie.

Non sappiamo quale sia stata sul momento la risposta del Presidente siriano. Possiamo invece immaginare l’irritazione che ha sicuramente provocato a Damasco. Conoscendo la mentalità araba, l’offerta di Roma, modello Usa-Nato, verrà fatalmente interpretata come una grave offesa all’onorabilità del Paese e a quella dei suoi Dirigenti.

E’ un passo falso e un pessimo inizio per la presenza del contingente italiano nella zona di Tiro.

La Siria in Libano ha un enorme influenza e nei suq di Damasco le bandiere di Hezbollah sono esposte accanto alle foto del Presidente Al-Asad. Evidentemente a Roma devono essersene dimenticati, a meno che non si voglia appesantire intenzionalmente il clima e i rapporti con il Paese ospitante e quello con il vicino. Lo vogliamo escludere. Le conseguenze sarebbero devastanti.

Il 12 Settembre, sempre l’ADNKronos, questa volta da Beirut, in un breve comunicato dell’inviato Marco Mazzu, informa che il Ministro della Difesa Parisi, in occasione di un incontro con il collega Elias Murr, ha reiterato al governo libanese le stesse richieste avanzate da Prodi alla Siria, questa volta - è stato precisato -, per uno scambio di opinioni e senza entrare nei dettagli.

Evidentemente si tratta più di preliminari che di sostanza. In ogni caso questo comportamento del governo italiano evidenzia la preoccupazione di voler sigillare, a doppia mandata, con un intervento esterno il confine tra i due Stati.

Fino ad oggi non risulta che la Francia abbia avanzato, intelligentemente, richieste in questa direzione. Richieste che hanno un forte contenuto politico e rischiano di apparire come indebite pressioni sulla sovranità di Damasco e di Beirut [1].

Al momento non è chiaro se queste iniziative, in un quadro di “guerra sospesa“ nell’intera Fascia Sud del Libano, già segnalate dai servizi di intelligence come zone ad alto rischio di “attentati“, in un momento estremamente delicato come quello di uno schieramento non ancora completato del contingente italiano e a inizio missione siano state preventivamente concordate con D’Alema.

Diceva Andreotti che a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina. Ci auguriamo che quella che potremmo chiamare una diversa sensibilità tra Prodi e Parisi e il Ministro degli Esteri sia dovuta alla visita in Italia del 24 Agosto scorso alla Farnesina e a Grosseto della Tzipi Livni. Due diverse occasioni per l’alter ego di Olmert di raccogliere e analizzare, alla fonte, eventuali dissonanze di impostazione tra Palazzo Chigi e il Ministero degli Esteri sfruttando le opportunità offerte da un colloquio senza testimoni in terra maremmana.

In ogni caso il Presidente del Consiglio appare più flessibile e disposto a chiedere a Siria e Damasco garanzie di applicazione della risoluzione 1701 vicine agli interessi di “Israele“. Ci domandiamo se l’azzardo con Damasco e Beirut sugli “istruttori“ risponda fino in fondo a questa logica.

A questo punto sarà bene riportare due estratti dell’intervista rilasciata dal Responsabile Esteri di Hezbollah ‘Ali Daghmoush. Il contenuto mette in luce un messaggio senza fronzoli, senza troppe concessioni, da leggere come un avvertimento: “… gli italiani sono sempre stati benvenuti qui. L’Italia riesce a capire la complessità della nostra storia e la volontà di essere una nazione libera e indipendente. Ci auguriamo [evidentemente non lo si dà per scontato, NdA] che Unifil 2 si attenga al rispetto delle decisioni e della volontà del Governo del Libano. Se la missione si trasformasse sul campo e nel tempo in altro e subisse pressioni dagli Stati Uniti per portare al disarmo di Hezbollah ci sarebbero molti problemi. Ci auguriamo che non succeda…”.

Lo sheikh ha poi continuato: ”… Il Governo Siniora si è espresso all’unanimità per mandare il nostro esercito nella fascia sud del Libano per estendere l’autorità nazionale in tutto il Paese, ma non procederà al disarmo di Hezbollah. Rimane sul tappeto la restituzione, integrale, da parte dello Stato Sionista, delle zona delle fattorie di Shebaa e il completo ritiro di Tsahal da tutto il territorio del Libano. Ci auguriamo che il governo e il popolo italiano, che hanno sofferto per l’occupazione Usa dopo la guerra, vogliano capire in solidarietà ed amicizia il nostro punto di vista ed ascoltarci…”.

Giancarlo Chetoni - Aljazira.it
giovedì, 14 settembre 2006


[1]Il vero pericolo per la Francia in Libano, insieme al successo o all’insuccesso della missione UNIFIL 2, è affidato in larga parte ai risultati che usciranno dalle prossime presidenziali. Hezbollah, attraverso il suo Responsabile Esteri, ha già fatto sapere che teme l’elezione di Sarkozy alla Presidenza della Repubblica. Il Ministro degli Interni francese definisce gli appartenenti ad Hezbollah “terroristi“. I recenti disordini nelle periferie in Francia sono stati interpretati come organizzati e finalizzati a indebolire la sua posizione politica. E distrattamente registrati da Chirac. E’ altresì possibile che il Candidato ufficiale del Partito Gollista sia l’attuale Primo Ministro Villepin:

Villepin. da minacce Al-Qaeda rischio per Francia ( Agi) - Parigi, 14 set. - La Francia e' in una "situazione di rischio" dopo le minacce di al Qaeda. Lo ha detto il primo ministro francese Dominique de Villepin facendo riferimento agli avvertimenti contenuti nel video del numero due di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, diffuso l'11 settembre. "Non dobbiamo abbassare la guardia. C'e' una situazione di rischio e dobbiamo continuamente adattare la nostra risposta" ha avvertito de Villepin.

Ho letto che sono arrivati 500 russi come genieri in Libano. E’ l’avanguardia cosacca. La candidata socialista Royal è un punto debole del PSF e quindi una sponsorizzata a livello mediatico dal partito amerikano transnazionale. Con Sarkozy l’indirizzo della Francia sarebbe destinato a un brusco cambiamento di rotta anche in Libano. In genere questi salti di direzione politica sono preordinati con largo anticipo quando si intende facilitare l’apertura di altri fronti di guerra agli USA per usurarne l’immagine e la deterrenza strategica. E’ una costante della politica transalpina.

 

Abbandonati i "mitici eroi" di Ground Zero
Giovedì, 14 settembre
In una lettera datata 9 agosto 2006, un comitato composto da lavoratori delle squadre di soccorso giunte a Ground Zero dopo il crollo del WTC aveva chiesto a George Bush un incontro per discutere dei gravissimi problemi di salute che affliggono migliaia di vigili del fuoco, poliziotti e paramedici che nel settembre del 2001 scavarono incessantemente tra le macerie alla ricerca di superstiti.

Il presidente non ha neppure risposto, né hanno mostrato interesse per la questione il governatore Pataki e l'attuale sindaco di New York Bloomberg. L'indifferenza nei confronti di persone che misero a repentaglio la propria incolumità lavorando fino a 17 ore al giorno in condizioni di precarietà assoluta, la dice lunga sul significato che la Casa Bianca e le altre autorità attribuiscono all'11 settembre. Molte di loro sono oggi invalide al 100% per i gravissimi danni riportati alle vie respiratorie e ai tessuti polmonari e sopravvivono a fatica. Definiti eroici cinque anni fa, i soccorritori di Ground Zero non solo rimangono inascoltati, ma l'amministrazione di New York ha già speso 20 milioni di dollari in parcelle legali per respingere le loro richieste di risarcimento.

Alcuni rimasero per quasi 400 ore a contatto con le sostanze tossiche sprigionate dalle macerie e per monitorare le loro condizioni: era stato istituito un apposito programma presso il Mount Sinai Hospital, che pochi mesi dopo è stato annullato ufficialmente per mancanza di fondi. Intanto, i soggetti più gravi erano stati ricoverati e alcuni di loro non ce l'hanno fatta. James Goodbee è spirato al Beth Israel Medical Center e dai risultati autoptici risulta che l'ex-vigile del fuoco aveva la membrana pleurica completamente distrutta. Aveva 44 anni. La terapia a base di steroidi non ha funzionato e i medici che l'avevano in cura sostengono che Goodbee è morto per cause sicuramente legate alle operazioni di soccorso nell'area del crollo del WTC.

Un destino molto simile a quello di James Zadroga, poliziotto di Manhattan morto il 5 gennaio 2005 per una malattia iniziata dopo le operazioni di sgombero delle macerie alle quali aveva partecipato. Rimasto vedovo a 29 anni, Zadroga ne aveva 34 quando venne colto dal malore che si sarebbe rivelato fatale. Sentendo arrivare la crisi, si era rivolto al pronto intervento chiedendo aiuto per ben quattro volte senza riuscire ad ottenere l'intervento di un ambulanza. E' morto con accanto la sua bambina di quattro anni con la quale viveva solo dopo aver perduto la moglie. Lo hanno trovato dei conoscenti che hanno poi provveduto a portare la bambina dai nonni materni ai quali è attualmente affidata.

Il pubblico televisivo conosceva bene Steve Johnson, 47 anni, uno dei pompieri che le autorità di New York avevano definito eroici. Il sei agosto scorso Johnson è morto dopo una grave crisi d'asma e nei suoi polmoni i medici legali hanno rinvenuto tracce di fibre ialine e di cemento. Era da tempo in pensione e soffriva di problemi respiratori e ricorrenti attacchi di sinusite, iniziati dopo le operazioni soccorso a Ground Zero. I due medici che lo avevano in cura, Kelly e Prezat, non hanno dubbi che la sua malattia fosse iniziata proprio lì.

La famiglia di Zadroga ritiene che le autorità lo abbiano trattato come un cane. I membri delle squadre di soccorso a rischio di vita ritengono che la battaglia per il riconoscimento dei loro diritti sarà lunga e dovrà essere capeggiata da qualcuno in grado di mostrare i muscoli alle autorità. Non credono più alle mezze promesse del sindaco che vorrebbe aprire un indagine e comunque i tempi si allungherebbero a dismisura. Il Gotham Gazette ha scritto che la situazione potrebbe essere addirittura più grave di quanto appare. La morte di Debbie Reeves ha fatto salire la tensione. Reeves, 41 anni, prestava servizio su una delle ambulanze accorse immediatamente dopo il crollo della prima torre. La sua squadra aveva fatto innumerevoli viaggi a Ground Zero, prima per soccorrere i feriti e poi per rimuovere i resti umani rinvenuti tra le macerie.

Alcuni mesi dopo i colleghi si erano accorti che Reeves appariva stremata e febbricitante. Aveva una brutta tosse e si lamentava costantemente per il mal di testa. Condotta in ospedale, le era stato diagnosticato un tumore, ma l'intervento chirurgico cui i medici l'avevano sottoposta si era rivelato inutile. Debbie Reeves è morta lasciando due bambini di sei e undici anni. Il marito è ora preoccupato perché non sa come saldare il conto di 90.000 inviatogli dall'ospedale dove era ricoverata Debbie. Prima di aggravarsi, la donna aveva fatto domanda di pre-pensionamento ma ma a causa della lentezza burocratica non ha avuto il tempo di incassare neppure il primo assegno. Eroi abbandonati A Ground Zero si sprigionarono nell'aria 200.000 tonnellate di alluminio, 5.000 tonnellate di amianto, 425.000 metri cubi di cemento e bruciarono cavi elettrici per un totale di 12.000 chilometri.

I rilievi hanno accertato anche che il carburante dell'aereo bruciò ad una temperatura di 1.300 gradi. L'aria era irrespirabile. I soccorritori furono costretti a lavorare in pratica nel bel mezzo di una catastrofe ambientale vera e propria. Christopher Haynes è un'altra delle vittime dimenticate di Ground Zero. Oggi i suoi polmoni sono completamente ostruiti e Haynes sa che non ne avrà per molto. Fa molta fatica a respirare e gli dolgono le ossa. Ritiene vergognoso che sia Bush che le altre autorità abbiano rifiutato di considerare il problema e il pubblico sia stato lasciato all'oscuro di tutto. Haynes è uno dei 9.000 vigili del fuoco che accusarono disturbi a 48 ore dal loro arrivo a Ground Zero. Il loro organismo lotta contro i veleni ingeriti come se combattesse un virus e non vogliono morire come i loro colleghi, ma non sanno a chi rivolgersi per farsi curare.

E vorrebbero tanto sapere come mai il presidente insista in modo ossessivo sul tema della sicurezza per poi fregarsene di chi, il prezzo dell'11 settembre, lo ha pagato o non finisce mai di pagarlo.

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