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Manifestazione degli Indignati del 15 ottobre 2011: la faccia di bronzo di Mario Draghi, la violenza degli imbecilli e quella degli infiltrati in combutta con i soliti noti. Ma stavolta il giochino in stile Genova 2001 non riuscirà.
di Gioele Magaldi, Gran Maestro del GOD
si è permesso di fare dichiarazioni melliflue nei riguardi degli Indignati italiani ed esteri che lo hanno ripetutamente chiamato in causa come uno dei massimi responsabili delfurto di futuro perpetrato ai danni di tutte le categorie sociali (specie quelle più deboli) di questo inizio di XXI° secolo.
“Draghi: ‘I giovani? Hanno ragione a prendersela con la finanza”, articolo del 15 ottobre 2011, by Stefania Tamburello per IL CORRIERE DELLA SERA (clicca sopra per leggere)
“La solidarietà di Draghi? Cornuti e mazziati…”, articolo del 15 ottobre 2011, by Claudio Fava per IL FATTO QUOTIDIANO (clicca sopra per leggere)
Insomma, se Draghi fosse stato sinceramente convinto di voler sconfessare improvvisamente una vita di posizioni neoliberiste e la stessa recente epistola “lacrime e sangue” inviata all’Italia (ma che è la ricetta idiota e fallimentare standard per qualsivoglia interlocutore della BCE o del FMI), avrebbe potuto farlo a margine del G20 in atto a Parigi nelle stesse ore in cui in tutto il Mondo, in più di 900 città, si svolgevano le MANIFESTAZIONI PACIFICHE (con l’eccezione di Roma) degli Indignati globali.
Democrazia Radical Popolare solidarizza con la Manifestazione degli Indignati del 15 ottobre 2011 (clicca sopra per leggere)
e
Grande Oriente Democratico a favore degli Indignati italiani, europei, americani e di tutto il pianeta: sia per la Manifestazione del 15 ottobre 2011, che per ogni iniziativa futura (clicca sopra per leggere)
“Indignados. Un fallimento tutto italiano. Una meravigliosa occasione perduta” del 15 ottobre 2011, by Nicola Sessa per PEACE REPORTER, it.peacereporter.net (clicca sopra per leggere)
“Indignati e indegni. Le solite vecchie e consunte dinamiche rovinano la festa degli indignati italiani. Guastatori a volto coperto e disordine pubblico in divisa” del 15 ottobre 2011, by Angelo Miotto, per PEACE REPORTER, it.peacereporter.net (clicca sopra per leggere)
LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE
Piuttosto fallire con onore, che riuscire con la frode. (Sofocle)
Sui gradini salì Ignazio / con tutta la sua morte addosso.
Cercava l’alba, / ma l’alba non era. / Cerca il suo dritto profilo,
e il sogno lo disorienta. / Cercava il suo bel corpo
e trovò il suo sangue aperto. / Non ditemi di vederlo! …
Non ci fu principe di Siviglia / da poterglisi paragonare,
né spada come la sua spada / né cuore così vero.
Come un fiume di leoni / la sua forza meravigliosa,
e come un torso di marmo / la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa / gli profumava la testa
dove il suo riso era un nardo / di sale e d’intelligenza… (Garcia Lorca)
Linciaggio:odio e frustrazione, di chi non ce l’ha fatta a essere umano, perché l’umanità l’ha venduta per 30 denari (e anche meno), per un uomo vero.
Dai recessi più oscuri del preumano, prima della clava per la sopravvivenza, da un brodo primordiale di cellule che si frantumano e si divorano in un parossismo di annichilimento, coloro che si arrogano la direzione dei destini del mondo traggono il materiale per forgiare strumenti di autodifesa e di dominio. Di terrore. Torturatori di Guantanamo e Abu Ghraib, combustori di corpi nell’Inquisizione, crociati crocifiggitori e impalatori, stupratori e mazzieri in divisa di poliziotti, militari di Tsahal, bombardieri all’uranio e al fosforo, gassatori italiani del popolo libico ed etiopico, sperimentatori eugenetici del nazismo tedesco e statunitense, creatori dei videogiochi dalla vincita per primato di assassinii. E “giovani rivoluzionari” islamisti. Il pulp, lo splatter di Dario Argento sono una patetica rincorsa del reale.
Ero a Favignana per il TG3 e non ci sono tornato perché avevano promesso che me l’avrebbero fatta pagare. I pescatori di tonno. Era la mattanza. Una mattanza-varietà-folklore, poiché il tonno ora lo scandagliano, rastrellano con le reti e fulminano. Uno show-mattanza per famigliole festanti accorse su barche a pagamento. Dal tunnel, in lotta forsennata per la libertà, i tonni finivano nella “camera della morte”, una vasca di tela in superficie. In bella vista per l'arena di 180 gradi. Energumeni a grande torso nudo facevano precipitare mazze e artigli acuminati su corpi scintillanti che si dibattevano e, squartati, allagavano il mare di sangue. Si dibattevano per tempi straziantemente lunghi e mai avevo conosciuto una tale forza nella disperazione. Gli uomini in alto urlavano borborigmi antichi, infierivano nel rossore dell’ eccitazione. Il loro era orgasmo da vita che succhia morte per rigurgitarla. Quello degli spettatori, masturbazione. Filmato l'orrendo scempio, scesi in un angolo della “camera della morte” dove, lacerati, ancora ansavano e vibravano i tonni. Ne accarezzai uno. Tutti i viventi hanno diritto alla vita e al rifiuto del dolore. I giustizieri se ne adombrarono, di quel gesto di pietà per la preda cannibalica.
Mi fa pensare a quello che ho visto poi al G8 di Carlo Giuliani, uniformati e con le stellette del servizio al popolo che infierivano su inermi, stesi, contorti e nudi di tutto. Con ferri gommati, calci, pugni, caschi, calci di fucile, a esaurimento, per minuti. Diaz e Bolzaneto. Visto lì e visto, o saputo, cento altre volte, chè di terremotati o pensionati, di balordi o irregolari, di migranti o detenuti, alla mercè di uniformati, formati alla tortura, si trattasse. Sempre inermi, balocchi di sadici, immuni e impuniti per legge del signore. E così che vogliono affrontarti, così che sanno prevalere. Alla pari, da mercenari la cui lealtà e il cui impegno durano quanto i 30 denari percepiti, fuggono come topi. La cupola dei licantropi così li vuole e così li forma (ricordate Full Metal Jacket?) a sua guardia pretoriana. Sfruttare, esaltare il necrofilo orgasmo da violenza sui deboli, storia lunga millenni e soprattutto storia nostra, cristiana. Nessun picchiatore sa combattere un avversario qualsivoglia, la sua dimensione è quella del fucilatore nazisionista di fronte al bambino con il sasso. E’ per questo, per renderti preda facile, che ti disarmano a forza di liturgie della “non-violenza” (tua, non loro). Fenomenologia planetaria, da Israele a Piazza San Giovanni in Roma all'ora dell'autodifesa per sopravvivere, da Santiago o Atene a Valdisusa, da Wall Street a Londra o Parigi. Da Bengasi a Tripoli.
Muammar Gheddafi, arabo, africano, libico. Quanto basta per renderlo inviso a loro, prezioso a noi e compagno delle vittime che ci infliggono da Portella delle Ginestre e da Piazza Fontana. Le vittime degli dei sono tutte sorelle. I carnefici e i loro mandanti sono tutti gli stessi. Nostra progenie. Nostro peccato originale. Li avete visti, i torturatori, all’opera sul corpo inerme di un combattente fino alla fine per il giusto, per il bene. E’ il suo eroismo, la sua capacità di amore, la sua forza, che hanno fatto ribollire subconsci e alimentato la furia cannibalesca degli impotenti. E’ perché mi specchio orrido nella tua bellezza che ti penetro con un tubo di ferro, ti scotenno, ti strascino e sbatto e colpisco, ti lacero le carni, ti annichilisco nel mio urlo a Dio, Allah u Akbar, ti perforo con il piombo. Ai suoi seviziatori, Mutassim, il figlio, ha tirato sberleffi e ai loro uncini ha risposto nel momento della morte, “Le mie ferite sono le mie medaglie”. Talis pater… Oggi un altro figlio, Seif al Islam, guida la Resistenza. Su tutto questo il CNT dei felloni ha cercato di stendere il velo, liso e intriso di veleno, della menzogna e dell’umiliazione. "Gheddafi ferito da pallottola vagante e tosto trasportato in ospedale, morto all’arrivo"; "Gheddafi rintanato in un tubo", reminiscente del buco nel quale i bollettini del Pentagono hanno infilato il Saddam virtuale, mentre quello vero sparava contro il nemico le ultime munizioni. Di inventiva ne hanno poca. Di impunità mediatica, tantissima.
La jena umana rideva. Parafrasando Cesare: Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto, ha, ha, ha! Era venuta a Tripoli, puntuale, la Persefone degli inferi, per farsi un girocollo con le ossa di Gheddafi, un paio di guanti con la sua pelle. Del grottesco rimbalzo delle versioni sulla morte, tutte diverse, mi convince quella comparsa e subito rinchiusa nel cassetto dei frodatori medatici. Truppe speciali Nato riescono a penetrare nell’estremo ridotto della difesa di una Sirte polverizzata, catturano Gheddafi, suo figlio, li interrogano alla loro maniera, li trattengono in attesa del giorno del segnale. Quando Hillary Clinton sarebbe arrivata all’appuntamento per proclamare la vittoria su tacchi infilati nel corpo del nemico abbattuto. Allora hanno messo quei corpi vivi nelle mani dei giustizieri. Gente di Misurata. Trofeo di guerra per chi doveva eliminare, con la ritualità di macellerie da videogioco di formazione, colui che si era opposto nel nome dell’uomo alle orrende nefandezze compiute dalla Nato (“Non mi arrenderò mai”, mandò a dire al boia di Washington) e dai detriti di barbarie a Misurata e nei centri conquistati. Con l’operazione Osama bin Laden, assassinio di uno morto dieci anni prima, non si era potuto fare perché trattavasi di controfigura da nascondere nel mare. E da far sparire, con lo schianto del loro elicottero, gli operativi di quella missione. Ma con Gheddafi si è tornati all’antica maniera, quella di Lumumba, di Omar al Mukhtar, di Ceausescu, di Saddam: il nemico straziato, umiliato, sbranato. Quanto più lo mostriamo, tanto più ci rispettano e restano atterriti davanti alla nostra potenza. Non è per diffondere questo messaggio che normalmente pudiche trasmissioni televisive e foto in tutto il mondo ci hanno cannoneggiato per giorni con le immagini del martirio di Gheddafi e degli avvoltoi che grufolavano sul suo corpo? Che vi sia di lezione. Anche perché così vi abituate, tante atrocità alla fine diventano normalità, ci si può convivere. Anche la sinistra che, arricciato un po’ il naso davanti a quell’ uomo finito peggio di un maiale nel mattatoio, per otto mesi si è fatta minchionare dal messaggio totalitario e unanime del Gheddafi pazzo, del dittatore che uccide la propria gente, dei “giovani rivoluzionari”. Per otto mesi ha pestato nel torbido, rimasticando sciocche falsità sulla primavera araba anche in Libia, o sulle efferatezze del regime 42ennale del “dittatore”.
Gheddafi era giovane e davvero bello e magnetico quando, nel 1977, lo vidi a Sebha, a otto anni di una rivoluzione di popolo, guidata dai giovani ufficiali nasseriani. Era già in piedi quella sua costruzione sociale, la Terza Dottrina Universale, che verrà poi declinata nel Libro Verde, basata sulla democrazia diretta, espressa attraverso assemblee di base, comitati popolari, congressi nazionali che dibattevano, decidevano, governavano. Un atto drammaticamente eversivo, terrorizzante per i padroni dell'ordine esistente-fine della storia, perché tale da far crollare di colpo il castello di carte false della “democrazia rappresentativa”, quella dei mandati elettorali a prescindere. In quel Congresso nazionale, Gheddafi annunciò la sua rinuncia a qualsiasi incarico di potere nelle nuove istituzioni. Rimase la Guida, certamente dotata di enorme autorità morale e politica. Il padre della patria. E iniziarono alcune delle tante forme di oppressione brutale che i distributori di interventi umanitari hanno rimproverato a Gheddafi, fin dal giorno in cui, nel 1969, aveva cacciato dai piedi della Libia il re-travicello Idris, bengasiano, islamista duro, despota e fantoccio dei britannici, perpetuatore dei trent’anni del più feroce dei colonialismi, quello italiano. Fu l’inizio di 42 anni di ininterrotta oppressione. Oppressione inflisse al suo paese quando lo liberò delle basi angloamericane e ne nazionalizzò il petrolio, fin lì rubato dalla regina d’Inghilterra. I libici soffrirono oppressione quando i livelli di vita della popolazione migliorarono fino a diventare i primi del Continente e il paese si meritò gli elogi dell’ONU per la sua difesa dei diritti umani: sanità e istruzione gratis, sostegno agli anziani e cura dell’infanzia, mortalità infantile minima, alfabetizzazione totale, casa assicurata alle nuove coppie, piena occupazione e 2 milioni di lavoratori immigrati con gli stessi diritti dei cittadini. L’oppressione assunse forme acquatiche con l’alluvione di acqua potabile che la più grande opera idraulica del mondo, realizzata a partire dalla scoperta di un gigantesco mare fossile, forniva da bere a tutto il popolo, facendo simultaneamente “fiorire il deserto” come nessuno l’aveva mai saputo fiorire, neanche rubando l’acqua ai suoi titolari… Oppressione fu certamente quella che sconfisse gli alqaidisti tozzi del Gruppo di Combattimento Libico Islamico, autori, su istigazione feudal-capitalista, di una serie di rivolte contro il governo e di tentativi di assassinio di Gheddafi. Sono quelli che oggi comandano a Tripoli liberata e costringono il pendaglio da forca a stelle e strisce e presidente del CNT, Mustafa Jalil, a proclamare l’islamizzazione costituzionale della Libia, con tanto di sharìa e governance saudito-qatariota. Al posto delle assemblee, dei dibattiti e delle decisioni di popolo, ci saranno partiti, ovviamente equipollenti tra di loro, come vogliono, sotto etichette di varia fantasia, le omogenee borghesie capitaliste. Ci saranno elezioni. Non si corrono più rischi con le nostre elezioni. Ce lo siamo garantito in Iraq, Afghanistan. Messico, con Bush. Si potrà blaterare, ma guai se si dovesse andare in piazza a spiegazzare la giacca a un Marchionne, a un Rothschild, o a un George Soros. Le donne si sentiranno finalmente libere sotto il burka.
Ma non si doveva tutti quanti andare a strappargli il velo, alle donne musulmane?
Fortissima fu l’oppressione gheddafiana nei confronti dei suoi ministri e cicisbei che ambivano a nient’altro che a fare, vuoi come i satrapi produttori di petrolio, per la svendita dei diritti e delle ricchezze dei loro popoli, vuoi come i manipolatori, venditori e speculatori multinazionali, cui inflisse accordi che riservavano a loro il 10% della resa e al paese il 90%, distribuito fra tutti i cittadini, al contrario preciso di quanto avveniva tra Exxon, Total, BP, Re Abdallah e califfi vari. L’oppressione si estese ai palestinesi dei cui rappresentanti, bulimici di protettori israeliani e business, e dei cui nazicolonizzatori, denunciava alla Lega Araba e all’ONU i crimini e il malaffare. L’oppressione esercitata da questo tiranno assunse dimensioni mondiali quando, fin dal 1969 e per sempre, si batté con tutti i mezzi contro l’apartheid e per la liberazione dei popoli d’Africa, e non solo, dal gioco coloniale. A impegnarsi a fondo contro questo oppressore e i suoi modi si sono battuti per quarant’anni le monarchie assolute che, privatizzati i propri paesi, per privatizzare e rendere al libero mercato la Libia inviarono combattenti e soldi ai rivoltosi islamisti; i nostalgici realisti ansiosi di rioccupare il trono di Idris; la ciurmaglia Al Qaida-Fratelli Musulmani determinata a depredare il paese e asservire il popolo a forza di sharìa, taglio delle mani, pulizia etnica di neri; i patrioti nella cerchia dirigente che sotterraneamente brigavano con Cia, MI6 e cupola finanziaria, per allestire, insieme a un po’ di ammiratori di Barbara d’Urso (TV show alla Berlusconi), per la fratellanza capitalista occidentale quel banchetto coloniale che sempre garantisce qualche briciola alla servitù; la “comunità internazionale” che, in rappresentanza del 7% degli strati ricchi mondiali, ma dotata di Nato e dei suoi mezzi di distruzione di massa, ha provveduto a disintegrare popolo e paese. Esempio di grandioso salto evolutivo tecnologico, Sirte rasa al suolo casa per casa, acquedotto per acquedotto, fogna per fogna, ospedale per ospedale, deposito di viveri per deposito di viveri, persona per persona. E mai arresa. Come non si sono mai arresi i cittadini non spuri di una nazione che impertinentemente era diventata tale, fuori dal circuito chicaghiano della globalizzazione e della fase finale imperialista del capitale. Credete che quel popolo, privato di mezzi di difesa, alla furia genocida della più grande coalizione armata avrebbe resistito otto mesi (e resista!) senza il patrimonio disseminato in quelle menti e in quei cuori da Muammar Gheddafi in quarant’anni di dignità e di giustizia sociale, di libertà e sovranità, senza il padre e fratello-guida, erede dei martiri della migliore umanità, Lumumba, Sankara, Allende, Che, Mandela, Kenyatta, Ho Ci Minh?
E mentre queste forze della “superiore civiltà” ripercorrevano le stesse vie aperte dalla conferenza di Berlino del 1985 su chi dovesse rubare più Africa e uccidere più africani, affrontando il “dittatore sanguinario”, carri armati made in Usa, ma pilotati da sauditi, rollavano verso Bahrein per schiacciare sotto cingoli e mitraglia una sollevazione di popolo contro un tiranno autentico. Droni Usa sostenevano a forza di stragi il despota yemenita contestato dal popolo più impoverito del mondo, come il governo marionetta insediato a Mogadiscio da coloro che hanno condannato la Somalia al caos creativo perpetuo.
L’Africa voluta dal visionario realista di Sirte era una definitiva prova di oppressione. Popoli affidati dall’astuto geografo coloniale a perenni dispute fratricide, confessionali, etniche, tribali, sotto il tallone di fermissimi governanti eletti con il gioco delle tre carte ed eterodiretti, avevano intravvisto all’orizzonte la nascita di un loro continente, unito e capace di tener testa. Gheddafi aveva proposto la strategia liberatoria di un’unità degli africani e gli aveva fornito i mezzi materiali: banche, investimenti, valute, telecomunicazioni, progetti sociali.
L’esistenza di una cupola degli affari e del potere – assurta a principale se non unica istanza destinata a determinare monopolisticamente le scelte strategiche, a scapito di tutto il resto - orientando le teocrazie e gli stessi organi rappresentativi, governando il flusso di risorse finanziarie e di determinazioni politiche, con decisioni irrevocabili, sottratte al controllo dei destinatari di quelle decisioni: di coloro che ne pagheranno il prezzo e ne sosterranno i sacrifici. Infine la formazione di un fronte bipartisan da sopravvivere agli stessi conflitti interpartitici perché cementato da una commistione e condivisione di interessi materiali, da una rete di affari trasversale e indifferente alle linee di demarcazione politica… Così ben scrive il buon Marco Rivelli, guru della sinistra democraticamente antagonista. Ma si riferisce alla TAV e chissà perché non alla Libia. Eppure se ne sarebbe potuto trarre il fortificante messaggio che siamo tutti nella stessa barca e a quanto viene fatto ai libici corrispondono, in economie di scala, la rapine e le devastazioni della Valdisusa.
Hanno esposto, con la vestale assassina celebrante in letizia, il corpo di Muammar martoriato, malmenato, tagliato, sodomizzato, nella cella frigorifera di Misurata, quella nella quale si consumavano i riti della tonnara dei "giovani rivoluzionari": neri e soldati sgozzati e smembrati, ragazze violentate e mutilate (ne avete prova nel mio documentario e in mille riprese fatte nel delirio del massacro e occultate dai media). Chi non aderiva, sgozzato e carbonizzato. La belva ci poteva ridere sopra. Le milizie di un Allah confezionato da cristiani, assoldate e drogate di sangue, del tutto inette in battaglie con chi si batteva per la causa dell'uomo, battaglie mai vinte prima che la Nato facesse di vita deserto, tabula rasa. I briganti di ventura a cui i mandanti avevano dato l’incarico del Terrore, ancora una volta avevano superato se stesse. Bene.
Bene anche per il papa.Tanto da non elicitare neanche un lieve tossicchiare di riprovazione dalla finestra dell’Angelus. Del resto Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli e vicario del papa, , protagonista positivo del mio filmato con le sue temerarie denunce dei massacri Nato e la difesa di Gheddafi e delle sue opere, non è forse rientrato ora a Tripoli aspirando a pieni polmoni “la nuova aria di libertà nelle strade”? Veramente strade neanche ancora libere da migliaia di corpi massacrati a forza di liberazione islamista. Chissà se Martinelli si ricorderà, quando caleranno i veli sui visi delle donne e bruceranno le chiese, delle parole dettemi sull’altra libertà, quella di prima, quella di tutte le religioni in Libia, quella dei cittadini che disponevano del proprio destino. Sempre preti sono. E se c’è una dittatura, una monarchia assoluta garantita da IOR e castighi infernali, di quelli esemplificati su Gheddafi, non stava a Tripoli. .
A noi hanno abituato a pensare in schemi binari: si, no. E’ roba Usa, sono i film western che ci hanno incastrato in un dualismo ontologico: di là il cattivo, di qua il buono, l’indiano e Custer, lo sceriffo e il il dolce sciroppo della semplificazione: il buono e il cattivo. Ci risparmia di dover scartabellare tra informazioni su cose lontane e complesse, la cultura, la storia, l’immaginario, i bisogni, le strutture sociali, sul perché così e non come da noi. Dobbiamo rispondere lottando contro queste strumentali, banali e fuorvianti personalizzazioni. Quelli infatti parlano di Gheddafi e solo di Gheddafi, cane pazzo, dittatore, tiranno sanguinario, venduto all’Occidente, venduto all’Oriente. Il popolo libico è solo un affresco sul fondale della farsa. Puntare sul personaggio serve a non far conoscere un popolo che sanguina, cui spezzettano i bambini, su cui lanciano torme di subumani, che affogano nell’uranio e bruciano nel fosforo, cui polverizzano case, scuole, ospedali. E, soprattutto, un popolo che con Gheddafi stava bene. Li avete mai visti, questi libici? Si sono ammonticchiati per otto mesi e il cumulo cresce e crescerà. Chissà a quali portentose missioni giornalistiche si dedicavano a Tripoli, o Bengasi, o Misurata, i miei colleghi, per non aver mai avuto modo di vedere quel sangue, quei frantumi, quegli orrori dei mercenari (dei media e dei sinistri parleremo in un prossimo post). Forse ora, però, l’individualismo isterico che genera questa sineddoche, la parte per il tutto, trova la sua nemesi nel tutto che si riconosce nella parte. “Gheddafi vive”, non è una figura retorica. Uno che ha dedicato tutta la sua vita al popolo, ai popoli, ne ha condiviso fino all’ultimo momento la lotta e da forze necrofaghe, troppo cavernicole per essere definite demoniache, è stato straziato, diventa sangue e coscienza della sua gente.
Nei tempi della storia, incommensurabilmente piccoli a metro di universo, ma decisivi per il pur breve cammino dell’uomo, della vita, Muammar Gheddafi è immortale. Gheddafi è la Libia. E l’uomo nuovo. Gheddafi è tutti noi in marcia. La comunità degli uomini ha perso un uomo, sottrattogli da ominicchi, ruffiani e quaquaraquà. Ma ha guadagnato una guida nella tempesta.
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Il sangue versato (Garcia Lorca)
(premesso che non abbiamo nulla contro il toro che ha seccato Ignazio, lo sappiamo metafora della belva subumana che non tollera la specie fatta uomo)
Non voglio vederlo!
Di’ alla luna che venga,
ch’io non voglio vedere il sangue
d’Ignazio sopra l’arena.
Non voglio vederlo!
La luna spalancata.
Cavallo di quiete nubi,
e l’arena grigia del sonno
con salici sullo steccato.
Non voglio vederlo!
Il mio ricordo si brucia.
Ditelo ai gelsomini
con il loro piccolo bianco!
Non voglio vederlo!
La vacca del vecchio mondo
passava la sua triste lingua
sopra un muso di sangue
sparso sopra l’arena,
e i tori di Guisando,
quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli
stanchi di batter la terra.
No.
Non voglio vederlo!
Sui gradini salì Ignazio
con tutta la sua morte addosso.
Cercava l’alba,
ma l’alba non era.
Cerca il suo dritto profilo,
e il sogno lo disorienta.
Cercava il suo bel corpo
e trovò il suo sangue aperto.
Non ditemi di vederlo!
Non voglio sentir lo zampillo
ogni volta con meno forza:
questo getto che illumina
le gradinate e si rovescia
sopra il velluto e il cuoio
della folla assetata.
Chi mi grida d’affacciarmi?
Non ditemi di vederlo!
Non si chiusero i suoi occhi
quando vide le corna vicino,
ma le madri terribili
alzarono la testa.
E dagli allevamenti
venne un vento di voci segrete
che gridavano ai tori celesti,
mandriani di pallida nebbia.
Non ci fu principe di Siviglia
da poterglisi paragonare,
né spada come la sua spada
né cuore così vero.
Come un fiume di leoni
la sua forza meravigliosa,
e come un torso di marmo
la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa
gli profumava la testa
dove il suo riso era un nardo
di sale e d’intelligenza.
Che gran torero nell’arena!
Che buon montanaro sulle montagne!
Così delicato con con le spighe!
Così duro con gli speroni!
Così tenero con la rugiada!
Così abbagliante nella fiera!
Così tremendo con le ultime
banderillas di tenebra!
Ma ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.
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Muʿammar Abū Minyar ʿAbd al-Salām al-Qadhdhāfī
(Orazione funebre di Chavez a Mu’ammar dal Giulio Cesare di Shakespeare)
[24.10.2011] di GilguySparks
Amici, libici, compagni, prestatemi orecchio; io vengo a seppellire Muʿammar, non a lodarlo. Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa; e così sia per Muʿammar. Il nobile Jalil v’ha detto che Muʿammar era ambizioso: se così era, fu un ben grave difetto: e gravemente Muʿammar ne ha pagato il fio. Qui, col permesso di Jalil e degli altri – perché Jalil è uomo d’onore; così sono tutti, tutti uomini d’onore – io vengo a parlare al funerale di Muʿammar. Egli fu mio amico, fedele e giusto verso di me: ma Jalil dice che fu ambizioso; e Jalil è uomo d’onore. Molti prigionieri islamisti egli ha riportato a Tripoli, il prezzo del cui riscatto ha riempito il pubblico tesoro: sembrò questo atto ambizioso in Muʿammar?
Quando i poveri hanno pianto, Muʿammar ha versato lacrime: l’ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa; eppure Jalil dice ch’egli fu ambizioso; e Jalil è uomo d’onore. Tutti vedeste come tre volte gli presentai una corona di re ch’egli tre volte rifiutò: fu questo atto di ambizione?
Eppure Jalil dice ch’egli fu ambizioso; e, invero, Jalil è uomo d’onore. Non parlo, no, per smentire ciò che Jalil ha detto, ma qui io sono per dire ciò che io so.
Tutti lo amaste una volta, né senza ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerlo? Oh senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione. Scusatemi; il mio cuore giace là nella bara con Muʿammar e debbo tacere sinché non ritorni a me.
Perché se io fossi Jalil e Jalil Chavez, qui ora ci sarebbe un Chavez che squasserebbe i vostri spiriti e che ad ognuna delle ferita di Muʿammar donerebbe una lingua così eloquente da spingere fin le pietre di Tripoli a sollevarsi, a rivoltarsi.
Soltanto ieri la parola di Muʿammar poteva opporsi al mondo intero: ora egli giace là, e non v’è alcuno, per quanto basso, che gli renda onore.
O signori, se io fossi disposto ad eccitarvi il cuore e la mente alla ribellione ed al furore, farei un torto a Jalil e un torto a Jibril, i quali, lo sapete tutti, sono uomini d’onore: e non voglio far loro torto: preferisco piuttosto far torto al defunto, far torto a me stesso e a voi, che far torto a sì onorata gente.
Ma qui ho una pergamena col sigillo di Muʿammar – l’ho trovata nel suo studio, è il suo testamento: che voi, popolo, udiate soltanto questo testamento, che, perdonatemi, io non intendo leggere, e andreste a baciar le ferite del morto Muʿammar, ed immergereste i vostri panni nel suo sacro sangue; anzi, chiedereste un capello per ricordo e, morendo, ne fareste menzione nel vostro testamento, lasciandolo, come un ricco lascito, alla prole.
Pazienza, gentili amici, non debbo leggerlo; non è bene che voi sappiate quanto Muʿammar vi ha amato. Non siete di legno, non siete di pietra, ma uomini, e essendo uomini, e udendo il testamento di Muʿammar, esso v’infiammerebbe, vi farebbe impazzire: è bene che non sappiate che siete i suoi eredi; ché, se lo sapeste oh, che ne seguirebbe!
Se avete lacrime, preparatevi a spargerle adesso.
Tutti conoscete questo mantello: io ricordo la prima volta che Muʿammar lo indossò: era una serata estiva, nella sua tenda, il giorno in cui sconfisse re Idris: guardate, qui il pugnale di Jibril l’ha trapassato: mirate lo strappo che Belhaji nel suo odio vi ha fatto: attraverso questo il ben amato Jalil l’ha trafitto; e quando tirò fuori il maledetto acciaio, guardate come il sangue di Muʿammar lo seguì, quasi si precipitasse fuori di casa per assicurarsi se fosse o no Jalil che così rudemente bussava; perché Jalil, come sapete, era l’angelo di Muʿammar: giudica, o Allah, quanto caramente Muʿammar lo amava! Questo fu il più crudele colpo di tutti, perché quando il nobile Muʿammar lo vide che feriva, l’ingratitudine, più forte delle braccia dei traditori, completamente lo sopraffece: allora si spezzò il suo gran cuore; e, nascondendo il volto nel mantello che tutto il tempo s’irrorava di sangue, il gran Muʿammar cadde. Oh, qual caduta fu quella, miei compagni!
Allora io e voi e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi. Oh, ora voi piangete; e, m’accorgo, voi sentite il morso della pietà: queste son generose gocce. Anime gentili, come?
Piangete quando non vedete ferita che la veste di Muʿammar? Guardate qui, eccolo lui stesso, straziato come vedete, dai traditori.
Buoni amici, dolci amici, che io non vi sproni a così subitanea ondata di ribellione. Coloro che han commesso questa azione sono uomini d’onore; quali private cause di rancore essi avessero, ahimè, io ignoro, che li abbiano indotti a commetterla; essi sono saggi ed uomini d’onore, e, senza dubbio, con ragioni vi risponderanno. Non vengo, amici, a rapirvi il cuore. Non sono un oratore com’è Jalil; bensì, quale tutti mi conoscete, un uomo semplice e franco, che ama il suo amico; e ciò ben sanno coloro che mi han dato il permesso di parlare in pubblico di lui: perché io non ho né l’ingegno, né la facondia, né l’abilità, né il gesto, né l’accento, né la potenza di parola per scaldare il sangue degli uomini: io non parlo che alla buona, vi dico ciò che voi stessi sapete, vi mostro le ferite del dolce Muʿammar, povere, povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per me: ma se io fossi Jalil, e Jalil Chavez, allora vi sarebbe un Chavez che sommoverebbe gli animi vostri e porrebbe una lingua in ogni ferita di Muʿammar, così da spingere anche le pietre di Tripoli a insorgere e a ribellarsi.
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"Gimme Some Truth"
By John Lennon.
I'm sick and tired of hearing things
From uptight, short-sighted, narrow-minded hypocrites
All I want is the truth
Just gimme some truth
Lyrics
I'm sick and tired of hearing things
From uptight, short-sighted, narrow-minded hypocrites
All I want is the truth
Just gimme some truth
I've had enough of reading things
By neurotic, psychotic, pig-headed politicians
All I want is the truth
Just gimme some truth
No short-haired, yellow-bellied, son of Tricky Dicky
Is gonna mother hubbard soft soap me
With just a pocketful of hope
Money for dope
Money for rope
I'm sick to death of seeing things
From tight-lipped, condescending, mama's little chauvinists
All I want is the truth
Just gimme some truth now
I've had enough of watching scenes
Of schizophrenic, ego-centric, paranoiac, prima-donnas
All I want is the truth now
Just gimme some truth
No short-haired, yellow-bellied, son of Tricky Dicky
Is gonna mother hubbard soft soap me
With just a pocketful of hope
It's money for dope
Money for rope
Ah, I'm sick to death of hearing things
from uptight, short-sighted, narrow-minded hypocrites
All I want is the truth now
Just gimme some truth now
I've had enough of reading things
by neurotic, psychotic, pig-headed politicians
All I want is the truth now
Just gimme some truth now
All I want is the truth now
Just gimme some truth now
All I want is the truth
Just gimme some truth
All I want is the truth
Just gimme some truth
“Gli accordi di Bretton Woods miravano a controllare il flusso dei capitali. Nel secondo dopoguerra, quando Stati Uniti e Gran Bretagna hanno creato questo sistema, c’era un gran desiderio di democrazia. Il sistema doveva preservare gli ideali sociali democratici, in sostanza lo Stato previdenziale. Per farlo occorreva controllare i movimenti di capitali. Se li si lascia andare liberamente da un paese all’altro, arriva il giorno in cui le istituzioni finanziarie sono in grado di determinare la politica degli Stati. Costituiscono quello che viene chiamato “Parlamento Virtuale”: senza avere un’esistenza reale, sono in grado di incidere sulla politica degli Stati con la minaccia di ritirare i capitali e con altre manipolazioni finanziarie.[...] Così in tutto il mondo, si assiste da allora a un declino del servizio pubblico, alla stagnazione o al calo dei salari, al deterioramento delle condizioni di lavoro, all’aumento delle ore lavorative.” (1)Questo evento fu probabilmente origine delle liberalizzazioni, che sotto l'egida di una maggior efficienza, produsse innumerevoli cambiamenti specialmente nello stato italiano. Difatti a partire dagli anni 80 si diede avvio ad una crescente privatizzazione delle imprese pubbliche e le prime smobilitazioni furono quelle riguardanti le banche. Dal 1936 esse conservavano un assetto di separatezza tra istituti bancari e industria costituendo anche l' importante funzione di controllo dell'economia privata e delle banche ad indirizzo commerciale e privatistico. La smobilitazione della Banca d' Italia avviene precisamente nel 1981 quando, a seguito del mancato rispetto degli accordi di Bretton Woods, il paese rientra nella sfera di influenza del Fondo Monetario Internazionale, promotrice di una politica scellerata contrassegnata da una riduzione della spesa pubblica e dalla apertura delle frontiere per la circolazione dei capitali.(2).
In tal contesto la banca nazionale italiana viene nettamente separata dal tesoro, ministero adibito al controllo pubblico della moneta e in questo modo i tassi di sconto non sono più decisi dallo Stato ma dalle leggi di mercato. Siffatto evento sarà propedeutico alla trasformazione della Banca in società per azioni (SPA) nella seconda metà degli anni '90 e il successivo abbandono della moneta Italiana a favore dell'euro.
Dalla fine degli anni '80 comincia lo smantellamento dei beni pubblici maggiori, considerati dei carrozzoni insostenibili per l' economia comune, che faranno rientrare (seppur nel breve periodo) consistenti somme di capitale, anche se, venduti a prezzi di ribasso. Infatti la motivazione principale di tale atto era l'enorme esposizione statale verso il debito pubblico. Per i proponenti vi sarebbe stata una maggiore liberalizzazione, con la possibilità per diversi gruppi imprenditoriali di partecipare all'acquisto di imprese, determinando una conseguente diminuzione dei prezzi. Con tale favola si lasciava intendere come i piccoli imprenditori potessero essere parte attiva all'acquisto ma la promessa non ebbe gli effetti sperati. Se è pur vero che nel breve periodo, a seguito delle dismissioni, vi siano state entrate piuttosto consistenti , nel medio periodo invece non si rilevarono significativi incrementi. Anzi, a seguito di un rincaro dei prezzi, i servizi apportati sono continuamente e inesorabilmente peggiorati mentre le assunzioni hanno assunto l'aspetto di una chimera irraggiungibile.
Quest'effetto, è stato provocato dall'instaurarsi di regimi monopolistici o al massimo oligopolistici non interessati a recitare una parte di reale concorrenza. Un rapporto del ministero dell'economia e della finanza del 2006 dimostrava un inesorabile fallacia della prospettiva paventata dalle liberalizzazioni come panacea di tutti i mali. La propaganda dei minori costi si scontra poi con i dati ufficiali del ministero:
2002 2003 2004 2005 2006
Aumento tariffe
+0,1 +0,9 +0,9 +1,5 +1,6
Aumento beni e servizi liberalizzati
+3,8 +3,6 +2,6 +2,0 +1,9
Prezzi al consumo
+2,5 +2,7 +2,2 +1,9 +2,1 2 (3).
Anche la Corte dei Conti, in uno dei rapporti annuali redatto nel 2010, ha evidenziato come tali denazionalizzazioni abbiano prodotto, oltre che uno svuotamento delle casse sociali, un' aumento dei prezzi in numerosi settori come le tariffe legate all' acqua, al gas, alla luce e ai pedaggi autostradali (3).
Il progetto, approvato dal consiglio dei ministri il 30 dicembre del 1992, prevedeva lo smantellamento di storici cartelli pubblici dell'impresa italiana; tra questi basti citare fra gli altri, IRI, ENI, ENEL, IMI, BNL, INA, autostrade e il complesso dell'industria siderurgica. La seconda fase invece prevedeva, ancor'oggi in fase d' attuazione, la dismissione di importanti settori di interesse pubblico: ferrovie, sanità, previdenza sociale, gas luce e per ultima l' acqua. L’ ultimo atto approntato dal governo Berlusconi riguarda proprio il settore delle municipalizzate proprietarie delle condotte acquifere, che, col decreto Ronchi approvato alla camera il 19 dicembre 2009, hanno intaccato uno dei settori di maggior importanza per il bene comune, fortunatamente abrogato grazie al recente referendum popolare (4).
Analizzando la situazione industriale delle imprese pubbliche nel lungo periodo si nota, come fino agli anni settanta (quando è decaduta l' economia legata ai parametri di Bretton Woods) queste potevano vantare un esposizione al debito pubblico poco rilevante. Tal ipotesi è sostenutua da questo grafico:
Altresì l'assunto di mobilitare un azionariato diffuso tra i piccoli risparmiatori non regge di fronte alla logica dei fatti. In realtà solo un terzo delle proprietà rientra in questo contesto.
Per inciso la propaganda riguardante il debito pubblico statale, non ha riscontri nei fatti; realtà produttive come l' IMI che poterono vantare un' attivo perdurante da almeno 60 anni furono svendute svuotando così le casse statali di importanti entrate (5). L' IMI svolgeva un' importante funzione sociale. Se durante la guerra si è adoperata nel finanziare e nel riattivare l' economie distrutte del mondo, in cooperazione con altre realtà mondiali, nel dopoguerra è stato finanziatore delle grandi industrie, piccole e medie imprese e sostegno, sotto forma di prestiti, alla vacillante economia del mezzogiorno. Questa realtà, oltre a garantire un indotto considerevole per l' economia pubblica italiana, dava lavoro a moltissime famiglie.
In quel caldo periodo contrassegnato dalla vicenda di “mani pulite” si consolidarono eventi di rivoluzionari in grado di ribaltare la scena politica. Alcuni politici elevatisi alla ribalta nazionale, come il due volte premier Prodi, decretarono assieme a speculatori internazionali il destino dell' Italia. E' poco nota la vicissitudine assurta agli onori della cronaca come l’affaire Britannia, dal nome del panfilo, sede della riunione di capi di stato, economisti e capitalisti dove, a largo delle coste siciliane il 2 giugno del 1992, si decretò la fine dello stato sociale e l’ avvio alle privatizzazioni. Oltre a Prodi, c' erano personaggi del calibro di Mario Draghi e Ciampi, rappresentanti di famiglie molto influenti come i Warburg, banche d' affari come Barclays e Goldman Sachs.
La storia dai contenuti spesso frammentari si é esplicitata soprattutto grazie a fonti indirette. Difatti gli organi di stampa ufficiali l'hanno si menzionata ma rivelando ben poco, specificandola tuttalpiù come un fenomeno avvolto da un alone di mistero.
Tangibilmente, inerente alla vicenda, vi sono state interrogazioni parlamentari di personalità congiunte agli schieramenti più disparati, sia di destra sia di sinistra, così come parlamentari legati alla vecchia DC. Tali appelli improntati a gettar luce su vicende d'essenziale interesse pubblico, rimasero sempre inascoltati dalla controparte governativa e contrassegnarono ciò che sarebbe diventata la condotta del potere da li a poco.
Anche negli ultimi anni la vicenda è stata riabilitata dal vituperato Brunetta che, in un convegno del Pdl a Cortina D' Ampezzo, esterna le seguenti affermazioni:
"Ve lo ricordate il Britannia? Se non ve lo ricordate", dice Brunetta, "ve lo ricordo io. Il Britannia è una nave, appartenuta già alla casa reale inglese, che navigò davanti alle coste italiane [...], ospitando dentro banchieri, grand commis dello Stato, esponenti vari della burocrazia... in cui si svolse un lungo seminario, durato un paio di giorni, in cui si trassero le linee della svendita delle aziende di stato italiane".
Non è da meno l' autorevole opinione di Sergio Romano che nel 2009, attraverso Il corriere della sera, rende manifesto il suo pensiero legato alla vicenda:
“La crociera fu breve e pittoresca, con una orchestrina della Royal Navy che suonava canzoni nostalgiche degli anni Trenta e un lancio di paracadutisti da aerei britannici che si staccarono in volo da un incrociatore e scesero come stelle filanti intorno al panfilo di Sua Maestà. Fu anche utile? È difficile fare i conti. Ma non c’è privatizzazione italiana degli anni seguenti in cui la finanza anglo-americana non abbia svolto un ruolo importante.”
Queste parole scioccanti inducono a pensare come, sotto un apparente piano di salvataggio dei governi tecnici, vi fosse una strategia ben precisa condotta a svendere pezzi dell'Italia nelle mani di pochi speculatori.
La cosiddetta prima repubblica che tanto scalpore suscitò con la vicenda giudiziaria legata alle tangenti, è stata soppiantata nella sua fase iniziale, dai cosiddetti “governi tecnici.”
Da quell'incontro nel panfilo inglese diventarono protagonisti della scena politica principalmente personaggi italiani compiacenti ai poteri forti della finanza internazionale. Chi malediva la prima Repubblica come il male assoluto non si rese conto che, con tutte le malefatte, quei personaggi possedevano un senso dello stato e delle istituzioni che i politici successivi non poterono vantare.
Per questo il 1992 è stato uno degli anni peggiori per la storia dell'Italia e purtroppo solo adesso cominciamo a prenderne coscienza. Infatti con "mani pulite" che portò alla ribalta Di Pietro, su l' onda del coinvolgimento emotivo, gran parte della comunità civile si illuse che un nuovo corso politico e sociale potesse esserci.
Come abbiamo visto c' era chi, sfruttando la suggestione di quel periodo, ordiva un piano malefico per indebolire l'Italia dalle sue proprietà pubbliche. Non solo, il governo guidato dall'ex governatore della Banca d' Italia Carlo Azeglio Ciampi, rappresentante del mondo finanziario internazionale, (che come abbiamo visto spingevano per le liberalizzazioni dei beni pubblici) ebbe la brillante idea di sottoscrivere il cosiddetto “protocollo” assieme alle tre sigle sindacali di maggior rilievo, decretando la fine della scala mobile e instaurando la pratica della concertazione. Il risultato fu che la paga base non venivano adeguate in maniera automatica, su base annuale, ma grazie agli accordi sottoscritti da CGIL CISL UIL, una tantum.
Gli strascichi relativi a questa vicenda si sono propagati anche sul piano dialettico,con un stravolgimento del significato della parola. Nel tempo si è sviluppato un repertorio oratorio da far impallidire Orwell, autore del celebre romanzo 1984. Oramai è prassi sentire pronunciare frasi paradigmatiche, di questa paradossale situazione, quali “aumentare la produttività” che nella neo- lingua odierna significa dovete lavorare di più e meglio,“ tagliare la spesa pubblica” che nell'accezione moderna è: sempre meno servizi e conseguente riduzione dei diritti.
Fonti
2.http://www.homolaicus.com/storia/oro/bretton_woods.htm
Visto che l'argomento tanto vi appassiona, e che in Rete non si esaurisce il dibattito su questa fantomatica Eurogendfor che starebbe bastonando i rivoltosi greci, vediamo di capirne un po' di più.
La vox populi del momento vuole che Eurogendfor (già ribattezzata dagli spiritosi Eurotransgender) sia una forza di Polizia antisommossa promossa da vari Stati europei e impiegabile sugli scenari di rivolta o protesta nei Paesi membri o terzi, quali la Grecia.
Cosa è Eurogendfor ce lo dice in primis il governo italiano. Sarebbe una forza di Polizia militare istituita nel 2004, da impiegare in zone di crisi e di guerra, oppure dove le forze militari hanno appena lasciato il campo ad un nuovo governo dopo un conflitto. Operazioni nell'ambito della dichiarazione di Petersberg, uno dei soliti mille misteriosi trattati, che prevede "missioni umanitarie o di evacuazione, missioni intese al mantenimento della pace, nonché le missioni costituite da forze di combattimento per la gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace". Bosnia Erzegovina e Haiti sono stati due scenari di impiego, roba più tosta dei blac bloc, almeno fino ad ora. Quando si parla di "gestione di crisi", insomma, si tratta di crisi di tipo bellico e non certo di rivolte di piazza. O almeno così dicono.
Continua poi il sito del governo:
Per il momento, la compongono, oltre ai Carabinieri, uomini della Gendarmeria Nazionale francese, della Guardia Civil spagnola, della Guardia Nazionale Repubblicana portoghese e della Marechaussee Reale olandese. (I rumeni partecipano come osservatori)
Interessante è invece questa dichiarazione: L'Italia fornisce all'Eurogendfor il maggior contributo di uomini. Insomma, quando si tratta di mettere benzina nelle volanti di periferia non abbiamo una lira, quando invece bisogna fare i pavoni davanti agli stranieri siamo sempre in prima fila.
Sempre per rimanere sulle fonti ufficiali, leggiamo Wikipedia. La quale riferisce che Eurogendfor non obbedisce ai Parlamenti nazionali, nel solco della nuova tradizione che vuole i Parlamenti eletti sempre più insignificanti, ma ai singoli governi. Il che è inquietante assai, ma c'è almeno un contrappeso: per il dispiegamento operativo della forza di Polizia, è necessaria l'unanimità dei sei Stati membri di Eurogendfor. Insomma, non è che uno fa una telefonata: "Ehi, qui c'è casino per strada, mandatemi i superpoliziotti!". Devono mettersi prima d'accordo in sei, figuriamoci.
Fin qui le fonti ufficiali. Ma ce ne sono altre, di notizie ufficiali, un po' meno strombazzate. Per esempio, il fatto che la base di Eurogendfor si trovi a Vicenza (sì, proprio dove c'è la base NATO, ma sicuramente è un caso) e che lo Stato ospitante, cioè noi, sostiene tutte le spese del Quartier Generale. Scommetto che non ce lo avevano neanche chiesto, ci siamo offerti volontari.
Ma la cosa più interessante è la legge uscita sulla Gazzetta Ufficiale del 14 Maggio 2010, in cui si ratificano alcuni dei soliti misteriosi trattati europei, e che recita tra l'altro nell'art.4:
3. EUROGENDFOR potra' essere utilizzata al fine di:
a) condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico;
c) assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del
traffico, controllo delle frontiere e attivita' generale
d'intelligence;
e) proteggere le persone e i beni e mantenere l'ordine in caso di
disordini pubblici.
Tutto ciò in contraddizione con quanto visto finora, ovvero che si tratta di una superpolizia impiegata in casi estremi e scenari di guerre. Ma quel che dichiarano i vari siti lascia il tempo che trova di fronte alla legge: e la legge dice che possono intervenire in piazza. D'altronde, era già scritto anche sul Trattato di Velsen del 2007: sarà per questo che i trattati restano sempre tanto misteriosi.
(Nella foto: un ufficiale dei Carabinieri con gendarmi spagnoli, a Vicenza)
segui il resto su http://informazionescorretta.blogspot.com
Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha dimostrato di possedere lo stesso senso delle proporzioni, poiché si è messo a strepitare di una capitale messa a ferro e fuoco dai manifestanti e di "due milioni di danni". Un bel pretesto per negare alla FIOM la sua manifestazione che era prevista per domani.
Alemanno se la prende tanto per due milioni di danni per ora molto, ma molto, presunti; ma è strano che quando i danni accertati per il Comune di Roma ammontavano addirittura a tre miliardi e duecento milioni di euro, il sindaco non solo non ha strepitato, ma ha avvolto tutto in una nube di silenzio. I tre miliardi e duecento in oggetto riguardano l'esposizione del Comune di Roma nella truffa dei titoli derivati, che ha coinvolto, in misura minore, anche altri Comuni, come quello di Milano, che ha un'esposizione di un miliardo e settecento milioni di euro.[1]
Alemanno di magagne personali ne può vantare veramente tante, ma tante. Non si tratta solo delle note vicende parentali, ma anche del fatto che Alemanno è diventato un pupazzo della Philip Morris, sotto la tutela di un manager di questa multinazionale, Aurelio Regina, che è anche presidente della Confindustria romana. Persino il sito web ufficiale di Alemanno è stato spudoratamente occupato da Aurelio Regina e dai suoi propositi affaristici.[2]
Nella specifica situazione della truffa dei derivati, Alemanno però non ha dirette responsabilità, dato che la geniale idea di affidare le sorti finanziarie del Comune di Roma alla banca multinazionale JP Morgan, e ad altri degni compari, era stata del sindaco precedente, Walter Veltroni. Il motivo del complice silenzio di Alemanno comunque è abbastanza evidente, dato che le vittime della truffa sono trasversali al sistema dei partiti. Se Alemanno avesse sputtanato Veltroni, avrebbe rischiato di sputtanare anche la sua collega di partito, Letizia Moratti, che ha messo nei guai il Comune di Milano, preferendo però farsi truffare dalla multinazionale tedesca Deutsche Bank. Sembra il trionfo del solito luogo comune: destra e "sinistra" sono uguali. In realtà, pur con tutti i suoi limiti, il movimento del 15 ottobre ha contribuito a far saltare questi schemi obbligati del finto dibattito politico. La piazza di Roma del 15 ottobre ha puntato il dito non contro i soliti fantocci del potere, ma contro una componente precisa del potere reale, cioè il colonialismo delle banche multinazionali. Sarà questo il motivo per il quale "la Repubblica" ed "Il Fatto Quotidiano" hanno avviato una strisciante criminalizzazione mediatica del movimento, presentato come ancora violento ed immaturo.
Per distrarre il movimento dai suoi obiettivi infatti non c'è nulla di meglio che un bel dibattito infinito sulla violenza e sulle leggi speciali. Il tutto poi è condito da analisi giornalistiche sullo sfondo sociale dei partecipanti, sulla loro mancanza di ideologia e sulla loro sconcertante preparazione militare. Pare, nientemeno, che quando la polizia caricava i manifestanti scappavano, ma poi tornavano se la polizia si fermava. Cose mai viste. Altro che l'addestramento in Grecia di cui ha parlato il quotidiano "la Repubblica". Tattiche di guerriglia così originali e sofisticate possono essere state apprese solo in campi di addestramento per terroristi mediorientali.
Non manca poi un accenno di pietas per i poveri poliziotti. Si fa fatica a resistere alla tentazione di partecipare alla raccolta di fondi per la benzina alle macchine della polizia; pare stia avendo un grande successo. Però pure Tremonti ha le sue ragioni; con tutti quei caroselli nelle manifestazioni ad investire i protestanti, la benzina non basta mai.
L'esponente del PD Ignazio Marino commuove ancora di più con racconti degni di Dickens: i poliziotti pagano di persona le fotocopie di servizio, e ci sono anche alcuni benemeriti che portano il toner in caserma; gli scudi della celere, secondo Marino, vanno in frantumi anche per una sola biglia. La commozione travolge più delle stesse cariche della polizia.
Viene infine spiegato ai giovani che prima di poter pensare di porre un freno ai furti ed alle frodi dei banchieri, è necessario che tutti, ma proprio tutti, i manifestanti diventino pacifici e responsabili; perciò, dato che dei tafferuglisti esisteranno sempre, i banchieri potranno fare il loro comodo in eterno. Il ragionamento non fa una grinza: solo un'opposizione perfetta nei pensieri, nei sentimenti e nei comportamenti può essere degna di osare di criticare il potere; ovvero deve essere il potere a scegliersi gli oppositori. Questa è la democrazia.
E poi basta con questa mania di attaccare i banchieri e di lamentarsi che i contribuenti debbano pagare il salvataggio delle banche. Le banche svolgono una funzione essenziale nell'economia. Se quella mente illuminata di Veltroni non si fosse rivolta a JP Morgan, a quest'ora il Comune di Roma avrebbe avuto in cassa tre miliardi e duecento milioni in più, soldi che avrebbero persino rischiato di finire in nuovi servizi e nuove assunzioni. Pensa che tragedia.
Non ci si crederà, ma anche i banchieri provano sentimenti umani. Prendiamo, ad esempio, il capo di Deutsche Bank, Josef Ackermann, quel banchiere svizzero che in Germania i soliti giornalisti faziosi descrivono come un parassita criminale, capace di farsi pagare dai contribuenti anche la brioche ed il cappuccino, e di rubare gli spiccioli nei piattini dei ciechi.
Ackermann ha dimostrato invece di avere un cuore sensibile. Il 29 aprile del 2010 Ackermann fu insignito del premio Distinguished Leadership Award business dal Consiglio Atlantico, l'organo supremo della NATO; lo stesso premio che era stato già attribuito a due personcine a modo come George Bush padre ed Helmut Kohl. In quell'occasione il banchiere svizzero ha sciolto un emozionante inno di lode alla NATO, affermando che i principi fondanti di questa organizzazione sono la sua guida. Un vero matrimonio d'amore tra militarismo e finanza.[3]
I motivi di tanto amore derivano dal fatto che la NATO non è affatto un covo di generali, ma accoglie, incoraggia e foraggia i banchieri, li vezzeggia, li premia, li inquadra in cordate di affari, li organizza in truppe disciplinate del crimine finanziario. Le guerre della NATO sono davvero umanitarie, perché si sa che la guerra è la madre di tutti gli affari, perciò senza le guerre i poveri banchieri finirebbero per languire e morire.
I banchieri amano la NATO, perché la NATO ama i banchieri. Se si vuole farsene un'idea basta andare sul sito del Consiglio Atlantico, per scoprire che tra gli sponsor del Consiglio si trovano tutte le principali multinazionali, e non solo della finanza. Non mancano neppure Coca Cola e Google. I posti d'onore sono per Deutsche Bank, la solita Goldman Sachs ed anche JP Morgan.[4]
A JP Morgan la protezione della NATO ha aperto anche lo sfruttamento delle ricchezze minerarie dell'Afghanistan, in particolare dell'oro; uno sfruttamento che la multinazionale finanziaria statunitense sta conducendo avvalendosi della diretta collaborazione del Pentagono. La notizia è anche abbastanza fresca, dato che è stata lanciata appena l'11 maggio scorso da CNN Money; quindi tutte le chiacchiere sulla "exit strategy" della NATO dall'Afghanistan sono fumo mediatico. La NATO rimane, perché c'è l'oro afgano da regalare a JP Morgan. Se non è amore questo.[5]
Sarà proprio questo amore il motivo per il quale Alemanno si è già cristianamente rassegnato alla prospettiva di non riavere mai più quei tre miliardi e duecento milioni da JP Morgan.
[1] http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=200805211205179789&chkAgenzie=TMFI
[2] http://duepuntozero.alemanno.it/2011/02/22/stati-generali-della-citta-aurelio-regina.html
http://affaritaliani.libero.it/roma/aurelio_regina_grande_tessitore_di_roma_personaggio250510.html
[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.db.com/en/content/company/headlines_2091.htm
[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.acus.org/about/sponsors&ei=SQibToWwI4mhOu2KsYkK&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CC4Q7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dacus.org%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://management.fortune.cnn.com/2011/05/11/jp-morgan-hunt-afghan-gold/&ei=sq2dTpSeJsnq0gHK4-COCQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCUQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Djp%2Bmorgan%2Bafghanistan%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
E adesso occhi puntati sulla Val di Susa. Fin dal giorno dopo gli scontri di Piazza San Giovanni molti organi di informazione hanno iniziato una campagna che punta sulla manifestazione di domenica 23 ottobre, quando il messaggio che è stato fatto circolare dai No tav è quello di andare a tagliare le recinzioni del cantiere per l'alta velocità.
Il ministro dell'Interno Roberto Maroni è apparso in Senato per riferire sugli scontri, anzi sul 'terrorismo urbano', come lo ha battezzato. Ha annunciato quei provvedimenti che fanno tornare indietro l'Italia a un clima dei primi anni 70, almeno sotto il profilo della normativa liberticida.
Quello che è andato in onda è stato sotto molti aspetti un film già visto, con un copione ripreso e aggiornato. Anzi gli scontri, le violenze e le devastazioni di Roma costituiscono un remake della messinscena allestita fuori dalla zona rossa del vertice del G8 di Genova del luglio del 2001. Un successo planetario che attendeva un seguito molto atteso da più parti. E l’esito, il finale del copione potrebbe essere lo stesso: dieci anni fa il promettente movimento dalle mille anime contro i danni causati dal neoliberismo e dalla globalizzazione promossa dalle corporations e dalle multinazionali dovette eclissarsi a causa del dibattito sulla necessità o meno della nonviolenza, polverizzato in mille rivoli ormai improduttivi dal punto di vista teorico e pratico, mentre oggi l’ondata dell’indignazione contro la disastrosa finanziarizzazione dell’economia potrebbe naufragare con rapidità ancora maggiore, quantomeno da noi, in Italia.















