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via Luca De Biase on 8/8/09
Personalmente ho imparato una cosa nuova dalla vicenda di Georgy, il blogger georgiano che è stato la vittima di un attacco organizzato in modo da mettere in difficoltà il suo blog, il suo twitt e l'intera rete di social network, Twitter in testa.
Ho imparato che chi vuole bloccare la libertà di espressione può fare leva proprio sul principale punto di forza dei social media: il fatto che siano usati da molte persone.
La dinamica, ormai ricostruita, della vicenda. Georgy è il nome di un economista 34enne che vive a Tblisi dove si è rifugiato dopo la guerra dell'Abkhazia. Critico nei confronti del governo russo e del governo georgiano per la conduzione delle conseguenze della guerra di un anno fa, tiene un blog su LiveJournal, un twitt, varie partecipazioni a YouTube, Facebook, Google Blogger. Il suo nickname è Cyxymu. (Che si legge Sukhumi, nome della capitale dell'Abkhazia). È un opinionista che scrive in russo e georgiano, e raccoglie un certo seguito e diventa hub della dissidenza in quella regione. A qualcuno non piace.
La tecnica utilizzata per impedirgli di scrivere online è attaccare il suo blog e le sue altre partecipazioni ai social media in modo che non solo la sua presenza sia irraggiungibile ma che le intere piattaforme che lo ospitano siano messe fuori uso. L'intento è quello di convincere le piattaforme a impedirgli di continuare a scrivere per salvaguardare le comunicazioni degli altri utenti.
Il ragionamento è sottile. E difficilissimo da smontare. Un dissidente è un eroe o comunque un isolato. E la piattaforma proprietaria che lo ospita pensa ai grandi numeri dei suoi utenti, non ai casi isolati. Ma il fatto che effettivamente una piattaforma come LiveJournal abbia chiuso - temporaneamente - il blog di Georgy lascia pensare che qualcosa non va nella relazione tra social media su piattaforme proprietarie e libertà di espressione.
Non è certo facile trovare una soluzione. Non è soltanto una questione tecnologica. Non basterà sviluppare un comunque non facile sistema per combattere gli attacchi con il metodo del denial of service. Ci vorrebbero piattaforme che danno a ciascuno - anche ai dissidenti isolati - una certa garanzia di poter continuare ad esprimersi indipendentemente dagli interessi degli altri utenti.
Il sistema delle piattaforme integrate private non è la fine dell'evoluzione dei media sociali. Perché questi problemi emergeranno in modo sempre più significativo. Non solo per questioni politiche. Potrebbero essere economiche, ideologiche, religiose, sociali...
via A List Apart by nospam@example.com (Ethan Marcotte) on 2/28/09
How awesome would it be if you could combine the aesthetic rigor and clarity of fixed-width, grid-based layouts with the device- and screen size independence and user-focused flexibility of fluid layouts? Completely awesome, that's how awesome. And with a little cunning and a tad of easy math, ALA's Ethan Marcotte gets it done. We smell a trend in the offing.
via New Scientist - Online News on 1/2/09
via Dot Earth by By Andrew C. Revkin on 1/2/09
Young inventors and activists try to tackle the energy-climate challenge.
via Fast Company on 1/3/09
via Fast Company on 1/3/09
via lastampa.it - Editoriali on 1/2/09
Gli alberi se felici e soddisfatti del posto a loro assegnato dall’uomo e dalla natura, crescono molto meglio e più in fretta di quanto si creda, e la terra è sempre ben felice di esser la grande madre tutrice e feconda di tanti, tantissimi alberi (e tantissimi arbusti...).
Questa grande unione vive e gode di una conoscenza matura e fruttuosa: l’equilibrio nella sua semplice complessità «vive» di una intensa e correlata vita vegetale e animale.
Ed è particolarmente e decisamente fragile: Elzéard Bouffier, il pastore di Jean Giono l’uomo che piantava gli alberi, seminò partendo dalle ghiande. Piantò infatti innumerevoli querce, ne piantò per tutta la vita a migliaia di migliaia, ghianda dopo ghianda. E dopo neanche tanti anni, la «sua» regione si riempì.
La terra, infatti, vive felice e gode degli alberi: le radici la trattengono, la curano e la rendono molto spesso meno sterile e più ricca... e sempre Elzéard Bouffier, l’indefesso piantatore, riuscì a creare, da solo, forte della sua esperienza e della sua intuitiva e profonda conoscenza, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, anno dopo anno, una grande foresta.
L’eroe di Jean Giono ci insegna ad andare controcorrente e, in un mondo di affannati deforestatori, di crudeli e cinici abbattitori e di miopi ed avidi agricoltori, chi pianta (e cresce) alberi può diventare, per nostra fortuna, il simbolo della rinascita e dell’armonia.
È facile capire e sapere piantare. Ma dove, come, quando e soprattutto quali alberi? È fondamentale saperlo, individuarlo e proporlo: gli alberi possono avere una vita lunghissima e, non per nulla, dovrebbero essere sapientemente preparati alla loro agiata e felice simil-eternità.
Questa grande unione vive e gode di una conoscenza matura e fruttuosa: l’equilibrio nella sua semplice complessità «vive» di una intensa e correlata vita vegetale e animale.
Ed è particolarmente e decisamente fragile: Elzéard Bouffier, il pastore di Jean Giono l’uomo che piantava gli alberi, seminò partendo dalle ghiande. Piantò infatti innumerevoli querce, ne piantò per tutta la vita a migliaia di migliaia, ghianda dopo ghianda. E dopo neanche tanti anni, la «sua» regione si riempì.
La terra, infatti, vive felice e gode degli alberi: le radici la trattengono, la curano e la rendono molto spesso meno sterile e più ricca... e sempre Elzéard Bouffier, l’indefesso piantatore, riuscì a creare, da solo, forte della sua esperienza e della sua intuitiva e profonda conoscenza, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, anno dopo anno, una grande foresta.
L’eroe di Jean Giono ci insegna ad andare controcorrente e, in un mondo di affannati deforestatori, di crudeli e cinici abbattitori e di miopi ed avidi agricoltori, chi pianta (e cresce) alberi può diventare, per nostra fortuna, il simbolo della rinascita e dell’armonia.
È facile capire e sapere piantare. Ma dove, come, quando e soprattutto quali alberi? È fondamentale saperlo, individuarlo e proporlo: gli alberi possono avere una vita lunghissima e, non per nulla, dovrebbero essere sapientemente preparati alla loro agiata e felice simil-eternità.
via Archinect.com Feed on 1/2/09
To reflect on the prehistory of sustainability is not to find ‘precedents’ of practices that give us tips for the present. Rather these reflections aim to mobilize critical perspectives on the shifting definitions of the term and on the practices that are advanced in its name so as to guard against absolutes. Can architects have partnerships with techno-scientific fields without subsuming design to managerialism and anti-intellectual postures? Can ecological problems be debated in architectural circles without resorting to eco-determinism? Can architects embrace an ethical imperative without resorting to moralistic prescriptions or grand meta-narratives?
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